Il ritratto della salute

Originally posted on Racconti del corpo:

E’ un’arte sublime raccontare con ironia e insieme con onestà l’esperienza della malattia e lo sgomento di fronte alla morte. Ci riesce Chiara Stoppa con il suo “Il ritratto della salute”, in scena al Teatro Ringhiera di Milano fino al 4 dicembre.
Un tavolo bianco in mezzo alla scena e pochi cambi di luce per un monologo che apre all’intero arcobaleno delle emozioni e che non scade mai nel patetico. La trama è semplice: dopo aver scoperto di avere un “brutto male”, la malattia innominabile, la ventisettenne Chiara prende il suo corpo offeso e lo consegna ai medici perché ne facciano quello che devono, e glielo riconsegnino poi come nuovo dicendole che l’incubo è finito e che può andare. Per successive sconfitte e delusioni, Chiara arriva a trovare la propria via alla guarigione, che è insieme la via della propria autodeterminazione.
Dopo lo spettacolo ho avuto la percezione fisica di…

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9 thoughts on “Il ritratto della salute

  1. Però del dolore non siamo in grado di parlarne perché se ne parliamo in modo felice lo tradiamo già se ne parliamo in modo infelice non lo restituiamo con efficacia.
    E’ bene che rimanga l’interrogativo Il dolore come interrogativo :ci sforziamo di lasciare aperta la domanda un’interrogazione. Un dolore assoluto di cui non vogliamo consolazione per scelta etica testimonianza

    • Sono d’accordo, il dolore non si racconta mai in modo efficace. E non so ancora se questo è un limite e tale deve restare, oppure dobbiamo andare oltre. Certo è che il dolore appartiene alle donne molto più di quanto sia nella vita degli uomini, e le performa nitidamente. A volte le annienta proprio. Ma non sono certa che un amaledizione biblica debba sopravvivere così a lungo. ANzi credo proprio che sia arrivato il momento di cambiare!

      • Oggi faccio l’uomobastiancontrario. Non credo che il dolore sia più difficile da raccontare anzi, purtroppo, parliamo molto più di dolore che di felicità. E siamo tutti bravissimi a scrivere le nostre perverse e non infelicità. Incapaci invece di dire “sono felice” e spiegarlo. Neppure credo ad una maggiore appartenenza del dolore alla vita della donna, come potrei mai? Pensaci Annaggi, come potrei riconosce che una cosa così basica fondante come l’esperienza del dolore sia in me in forma ridotta, monca? E quanto al dolore che annienta, a parte che a volte è ragionevole il proposito di annientamento (ma forse in modo più cruento di quello cui alludi tu), appartiene alla vocazione del singolo farsi annientare, vocazione predata o costruita, ma vocazione maschile femminile di ciascuno.

    • Avevamo raccolto, con un’amica, racconti di parto. Non abbiamo trovato editori interessati! credo che sia molto significativo.
      Eleonora

  2. Lo penso anche io! Quel che si racconta, lo dobbiamo alla narrativa. Hai qualche lettura da segnalarci, in proposito?

    • Eleonora non saprei. Ho l’illusione di pensare che questo mio pensiero sia generato dal mio stesso corpo e dalla consapevolezza che ho di lui. Ma certo avrà invece multiformi paternità, ehm, … maternità, a me in parte ignote. L’idea sensuale di madre terra, è forse la prima di queste.

  3. Sarei curioso di vedere lo spettacolo. Ma questo pensiero ne richiama a me un altro a me molto caro. Si parla poco del corpo quando sta bene, quando ci dà piacere, in tutte le sue elementari sublimi espressioni. Camminare, sentire, tendersi, distendersi, rannicchiarsi, provare piacere, fame, soddisfarla, contraddirla, negarla, e così ancora ancora ancora
    jaroslav

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