SERVE O CORTIGIANE? Una ragione urgente

by AnnaGoclock

C’è in fondo una ragione urgente perché io debba scrivere questo post.

A parte l’innegabile realtà di ciò che ho tra le gambe.  E non vorrei pensare che alla base di ogni violenza c’è solo un destino accettato.

Notoriamente faccio fatica ad accettare qualsiasi cosa di cui non sia convinta. Questo non significa che non abbia commesso enormi errori nella mia vita, ma solo che ho eliminato del tutto la possibilità di darne la colpa ad altri. Questo non significa nemmeno che la vita non abbia voluto impormi cose che ho fatto senza mai averle accettate: piccole infamie dei rapporti familiari e degli amori sbagliati che si ingoiano a ripetizione.

Permane un leggero malessere.

La rabbia grande e sovrastante è sempre per la madre, però, che non ha visto per me il mio destino immaginato.   Oggi si compie ugualmente, al ritmo del ticchettio imperioso del suo piede inquieto e dei suoi mah, e beh, e fammi capire, almeno che cosa fai nella vita.    E forse la rabbia non è nemmeno per lei ed il suo innegabile destino fra le gambe, ma per l’unica scelta che sembra aver fatto consapevolmente e non per obbedienza: accettarlo senza discuterlo.

Ma io posso essere io senza che tu senta di non essere tu, mamma?

Il mio uncinetto annoda fili di metallo per il corredo attuale della mia casa colorata come un asilo nido, la mia maternità ringrazia un’altra pancia, il mio amore non porta la fede con il mio nome inciso, cucino con il pc acceso sul tavolo e il mio lavoro ha un nome che ancora non viene tradotto abitualmente al femminile, ma lo faccio da donna quale sono e non imito i miei colleghi maschi.   E quando mi trovo da sola,  ho piacere di frequentarmi e di sorprendermi di quanto sono stata guerriera e debole, poi forte, e allegra, incosciente, giusta e sbagliata,  prudente e previdente e conto gli errori e i peli sul labbro.  E pure sono e sono stata amata e odiata.

Questa sono io, né serva, né cortigiana, né altro di cui tu puoi aver pensato mai, e ti dico sottovoce perché tu non ne soffra come di una bugia raccontata per il bene altrui, e ti dico che io sono felice.

Della matrice che ci vuole forgiare voglio aver rispetto: tu solo quello hai capito e saputo.  E per me, e anche contro di me, hai voluto impormelo.

Però hai fallito. E di questo non puoi capire quanto io possa esserne felice.

Non so se nel tuo codice fitto di regole e contro regole ci sia il perdono.

Nel mio libretto di istruzioni c’è.