Il discorso narrativo che pensa per storie …

written by AnnaGoclock

Il discorso narrativo che pensa per storie è critico e facilita il dialogo tra i diversi.
Questo pensiero mi ha fatto compagnia da quando, il 12 aprile scorso, ho partecipato ad Anghiari, presso la Libera Università dell’Autobiografia (LUA) al Convegno “Tra i generi. Consapevolezza, educazione, dialogo”.

Quasi 14 ore di viaggio tra andata e ritorno ed una pioggia sottile ma battente non mi hanno scoraggiata né hanno impedito che l’esperienza lasciasse un segno profondo, e un’eco di entusiasmo.

Se si ha l’obiettivo di praticare l’ottica di genere e raccontarla è fondamentale scoprire quali posso essere le metodologie di educazione ed anche di autoeducazione sulle tematiche di genere ed avere l’occasione di conoscere le esperienze degli altri, di quelli che vogliono il superamento degli stereotipi di genere e vogliono promuovere nuovi approcci, per accrescere negli adulti consapevolezza e auto-apprendimento attorno agli stereotipi vigenti.

L’attenzione è stata posta quindi al loro formarsi (e ri-formarsi), alle loro ricadute nelle storie individuali e sociali, all’agire per il loro superamento.
Inoltre, ho sentito ripetersi nei contributi dei relatori l’uso del termine persona, al posto della consueta contrapposizione uomo donna, e questo significa molto.

“Testimoni del genere” è un’espressione molto bella, che racconta molto di noi tutt* che abbiamo deciso di pensare e ripensare, forti di esperienze personali o comunque vicine e abbiamo deciso – oserei dire a nostro rischio e pericolo – di non abitare uno stereotipo di genere.

Sono due gli interventi che mi hanno dato più spunti di riflessione.
Barbara Mapelli, Università Milano Bicocca e Marteen Rombouts, del Centro di Documentazione belga Ro.Sa Doc (www.rosadoc.be/joomla) sul progetto “Genere in classe”.

Il messaggio forte di questo ultimo intervento effettuato da un uomo che lavora affinchè tutt* ci si renda consapevoli che il genere ha un effetto profondo sulle vite di tutt*, è stato esaltato dal contrasto con la dichiarazione di poco precedente di Lucia Portis, “ il genere nelle scuole italiane é praticamente sconosciuto… “ .

Ma tant’é.

In Belgio si insegna agli insegnanti a riconoscere stereotipi di genere, gli si fa formazione e gli si danno strumenti, “we are ready to use teaching materials”. Ro.SA Doc ha preparato una “valigia del genere”, gender box, e suggerisce nel percorso per gli insegnanti di porre domande come: Immaginate di essere nate maschi, che cosa sarebbe cambiato nella vostra vita? Il tutto partendo dal concetto “Because girls are different, and boys too”. La pratica non è diversa da quella di tante scuole americane, e credo ne faremo un assaggio al primo Caffé delle Donne nel quale si presenti l’occasione.

Barbara Mapelli: due le parole che mi sono portata a casa dall’intervento di Barbara Mapelli, indignazione e maternità.

La maternità proposta oggi dai media si alimenta di un simbolico potente, di una retorica assoluta e pericolosa, che nulla ha a che fare nè con la maternità reale nè con i momenti di solitudine e ostilità, sociale e dal mondo del lavoro, in cui le donne la vivono nel concreto. Una differenza abissale che rende ancora più difficili scelte consapevoli per le donne e crea nuovi stereotipi di genere, e ci fa ancora sbattere la faccia contro la richiesta di perfezione in tutti i campi, allontandoci dallo sguardo de* e al* figli*.

Accompagnato dall’immaginario promosso dalla pubblicità del padre zelante che cambia i pannolini o allatta con il biberon ( ovviamente meglio di quanto possiamo noi!), cresce un uomo concreto ancora più insopportabile del grande cuoco che ti lascia la cucina come un campo di battaglia: il genere si insegna, ma anche si costruisce insieme partendo dalla necessità, non dall’immaginario: il cambiamento va vissuto. Su questo argomento è stato molto interessante il contributo di Maschile Plurale, uomini che fanno cose su temi che gli stanno a cuore, i cui interventi sono stati molto interessante anche se li ho trovati leggermente accademici.

Indignazione:il sentimento dei “buoni” di quelli che prendono le distanze. Oggi tutti gridano allo scandalo, è facile e dopo si può continuare ad occuparsi degli affari propri. La cultura dell’emergenza non lascia il tempo per occuparsi seriamente della relazione con l’altro, potenzia il giudizio e consente di rifiutare la complessità del reale.
La parola complessità è un’altra dellemie preferite e andrebbe molto più indagata e capita: sperimentandoci intorno alla complessità del nostro mondo potremmo essere più vicini a cominciare a comprenderlo senza giudicare, ma operando delle scelte di campo – un posizionamento – che ci consenta di semplificare senza tradire, senza omettere, senza snaturare la realtà.
Vivere con consapevolezza quello che stiamo vivendo – Barbara Mapelli chiude con un richiamo alla vivencia vivencia di Maria Zambrano – il vivere pensando al vivere, il raccontare la storia, condividerla: un progetto di crescita armonica collettiva, di pace.
Per me anche di felicità.