Il posto delle donne.

Il posto delle donne.

di AnnaGoclock

Uno dei commenti alla mostra “Lontane dal Paradiso” che ho apprezzato di più recitava più o meno così:

“Donne state al vostro posto: nei tribunali,

nelle scuole e università,

negli ospedali, per le strade…..!”

Così mi sono chiesta anche io: le donne quale pensano sia il posto delle donne? La domanda non è da poco e per le risposte non so se ho abbastanza cose intelligenti da dire. Tuttavia…

Se il canone di una vita comprende il viaggio, i luoghi in cui si incontrano le persone finiscono con il fare parte identitaria di quelle persone.
Ed è stato così per tante donne nella mia via vita.
Mia nonna alla macchina da cucire o in cucina, mia madre alla scrivania con i compiti dei suoi studenti, la mia professoressa delle medie che scende trafelata dall’autobus con i pantaloni a zampa di elefante e troppi libri sotto il braccio, la panettiera che mi voleva far sposare il figlio, al mare la signora tedesca che nonostante cinque figli riesce a leggersi tranquillamente un libro sotto l’ombrellone, la vicina di casa che suona al campanello, mi guarda allucinata e chiede se c’è mia madre perché ha sentito suo figlio muoversi dentro la pancia….
Le donne nella mia vita appartengono grosso modo a due categorie: quelle a cui devo spiegare i miei perché e quelle che li hanno già condivisi. O, come si dice, ci sono già passate.
A quelle della prima non piacciono molto le donne della seconda categoria, e queste ultime guardano le prime come se venissero da lontano, da molto lontano…. È piuttosto imbarazzante, ma a questo posso sopravvivere.
Tra tutte, una donna che non ho incontrato mai di persona, ma solo nei racconti di mia nonna, la figura femminile più importante e più significativa, quella che un giorno sono diventata io.
La mia nonna materna era una donna forte, “rossetto munita” (aveva un’idea granitica di cosa è femminile e cosa no) creativa e crudele (allevava i conigli e poi li ammazzava non solo per cucinarli, ma per cucire copertine e pelliccette per le figlie).
Mi raccontava di una pianista che quando si esercitava non si accorgeva nemmeno dei figli che giocavano intorno a lei. In quella casa c’era disordine e figli facevano quello che gli pareva….
Fin dall’inizio sono stata catturata da questa immagine e dal giudizio cattivo che la dipinge, un giudizio impietoso da donna di casa e di cura, donna schierata con il patriarcato, donna che rimuove e omette, che non si dà futuro luogo e tempo al di là della casa, donna che chiede di essere apprezzata perché sa fare, perché lei serve, una donna che non si guarda dentro.
Una donna che esiste nella ripetizione dei gesti, ma non nella loro logica: mia nonna non si chiedeva mai il perché delle cose che faceva e non ha mai pensato di poter essere lei la prima a farlo. Forse non ha mai pensato nemmeno che ci fosse bisogno di avere dei perché.
Io, però, io che già provavo i brividi a restare sospesa a lungo nelle parole ero molto spaventata, e attratta, nello stesso tempo, dall’idea di essere in fondo come quella donna, terribile e disprezzabile. Libera, appassionata, attiva, magari felice come uno non immagina che possa essere la felicità.

Ma che razza di donna pensa a realizzare se stessa
e non si cura dei figli?

Sapevo cosa provavo quando leggevo e che quando poi avrei scritto quelle parole in cui restavo come sospesa, che spesso mi nascevano proprio dalle letture affamate con cui condivo le mie estati solitarie di rapporti umani, sapevo che avrei davvero dimenticato tutto.

E anche i/le figli /e che avrei avuto? Che cosa avrei fatto a loro? Avrei avuto una maternità scandalosa o avrei rinunciato? Il rischio è donna? Il rischio è madre? Mi sarei clonata nelle mie figlie secondo lo stampo che mia nonna cercava di tramandarmi, avrei reso i figli maschi identici al padre?

Non lo sapevo.
Quello che mi importava era non dissolvermi nella maternità.
Non sapevo quanto sarebbe stato difficile trovare il tempo, il momento per scrivere, e quanta fatica avrei fatto.
Non sapevo che avrei avuto delle figlie, né che avrei scritto davvero dimenticandole, ma quando l* ami i/le figl* davvero non è possibile dimenticarl*.
Magari vorresti ucciderl*, ma non puoi dimenticarl*.

Non sapevo che le mie figlie le avrei avute intorno ad interrompermi con mille domande, che mi avrebbero rinfacciato il mio tempo al lavoro; non sapevo nemmeno che avrebbero letto quello che scrivo e che mi avrebbero capito, o che almeno ci avrebbero provato.

Non sapevo nemmeno quanto è bello vederle giocare con la coda dell’occhio mentre io scrivo, quanto è appagante capire che non sono e non saranno mai loro a chiedermi di sacrificare me stessa, e quanto è stato disorientante capire che sarei stata sempre io a metterle davanti o accanto ai miei progetti.

Ad arrangiare o rimandare i miei progetti di scrittura con la nostra vita insieme.

Non sapevo che per quanto sia difficile e per certi versi ancora incompatibile essere donna e madre si può.

Nonostante lo sguardo indagatore di mia nonna e la condanna morale che si prospettava all’orizzonte, io ci ho provato ad essere come quella donna era nel mio timido e speranzoso immaginare: affascinante e terribile, libera e sciagurata, scandalosa nell’espressione delle proprie passioni come un’eroina dell’Ottocento e nello stesso tempo una manovale come Jean The Rivetter.

I risultati sono alterni – soprattutto quelli della scrittura.

E anche se alla fine non posso dire se esista un posto delle donne o per le donne, ho finito per credere che al mondo c’è posto per tutte, quelle crudeli e quelle sfrontate, quelle libere che scappano dalla routine appena la intravvedono e quelle timorose di cambiare le cose che conoscono.

La cosa più importante, però, sono i legami che si creano tra queste donne: servono per crescere, servono per farsi coraggio, per assumersi il rischio di cambiare, per condividere il peso della responsabilità di cambiare. Magari partendo proprio dalla cosa più personale e nello stesso tempo più pubblica e perciò politica: la scelta della maternità.

E quando poi finalmente l’avete scelto il vostro posto, donne, difendetelo: vi appartiene, ve lo siete conquistato, è vostro!