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Cinque fienili. L’anteprima nazionale di Dietro la Stazione di Arno Camisch

InLA DEA PASSIONE su 1 maggio 2013 a 11:43

L’anteprima nazionale della presentazione del libro di Arno Camenisch Dietro la stazione,  Editore Keller, Bookique, Trento nell’ambito del Filfestival della Montagna.

By AnnaGoclok

Nascosta da poster e volantini attaccati alla vetrina di Bookique sono qui che aspetto Arno Camenisch. Attraverso il vetro gli ho scattato una foto in cui appare di profilo con un berretto di lana rossa in testa. Mentre aspetto mi do una letta al Mucchio  -  ex selvaggio – che saranno anni che non ho tempo per cose del genere. E recupero un divertimento leggero che avevo archiviato chissà dove.

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To be continued…

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How to Win at Mother's Day

Inuna Storia del Genere-an History of Gender su 1 maggio 2013 a 09:51

Ribloggato da A Woman's Guide to Women: A Blog for Men:

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Some of you might remember that two years ago Craig bought me an axe for Mother's Day. For those who are gaping in horror at your laptop right now, here's me using it:

And...I loved it. That wasn't my only gift, but it was the only one I asked for. What? Axes are awesome! Anyhoo, Craig always wins at Mother's Day because he bothers to think about what I might like and does that.

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Femminism*?

Inuna Storia del Genere-an History of Gender su 26 aprile 2013 a 15:27

Japanese Maple Tree

Le donne possono risolvere i loro problemi di visibilità e riconoscimento del loro merito sul lavoro lavorando di più?

Una maggiore leadership femminile porterà ad un trattamento più giusto per tutte le donne?

Creare una rete femminile può considerarsi un bene prezioso? E se la rete è una cena a casa mia? Trovarsi per l’uncinetto o i ferri?

Davvero il successo femminile rappresenta una minaccia per gli uomini?

Ma le donne hanno una resistenza interiore universale a fare carriera in fretta?

Se il lavoro divora o al meno assorbe, le donne non ce la fanno perché non vogliono essere divorate o perché  vogliono che  il tempo di lavoro sia gestito diversamente?

Pront* per domani? Ci vediamo al Caffè Ismene!

InCaffè Ismene 2013 su 6 marzo 2013 a 19:40

lavapiattiEccoci al nuovo appuntamento che già ci ha dato tante soddisfazioni. In alcune immagini le suggestioni per la nostra conversazione e la trama di un libro di Sophie Kinsella …La regina della casa.

casalinga

“Samantha Sweeting, un affermato avvocato di Londra, sta per diventare socio anziano del suo studio legale.

Proprio il giorno della sua nomina viene licenziata, per la mancata spedizione di una pratica riguardante un prestito per una società in bancarotta. Samantha fugge, diretta chissà dove: in preda al panico e al mal di testa comincia a camminare e arriva nei pressi di una villa.

Suona per chiedere un’aspirina e i padroni di casa la scambiano per la governante mandata da un’agenzia. Samantha accetta il posto, convinta di sapersela cavare. La ragazza ha un Q.I. di 158 ma non ha idea di come si cucini o di come si debba pulire una casa.

Qui però, dopo una serie di esilaranti disavventure, incontra Nathaniel, il giardiniere della famiglia, che decide di aiutarla mandandola a lezione di cucina e pulizie dalla madre. I due ragazzi, intanto, vivono un’intensa storia d’amore.

biancaneve

Quasi per caso, Samantha riesce infine a sgominare la truffa messa in atto da un suo collega per farla licenziare.

Dopo aver risolto il “mistero” a Samantha viene riofferta la possibilità di diventare socia.

Dopo una serie di tentennamenti che le faranno quasi perdere il suo ragazzo (che disapprova totalmente gli avvocati), decide di mollare tutto per una vita più tranquilla insieme a lui.

Dunque, qual è il principio generale, esiste davvero un canone di felicità? Possiamo negare in assoluto che essere regine della casa sia un’infamia maschilista che si tramanda per via materna, oppure nella vita casalinga ci sono gioie ed affermazioni personali che a molte di noi sono sconosciute,… basta scoprirle?

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Non so,  conoscete Martha Stewart?

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Datevi una letta al testo della Canzone di Ombretta Colli, il video eccolo qui, ma lo trovate anche sulla nostra pagina facebook.

La regina della casa

Io la mattina sono la prima ad alzarmi
e preparo la colazione per tutti
poi… si alza lui….
Esce e và al lavoro, ed io…

Ho i bambini da curare
devo fare tutti i letti
le camicie da stirare
metto a posto lavo i piatti
faccio un pò di pulizia
e preparo da mangiare
deve esser tutto pronto
quando arriva lui…..

Certo, naturalmente, perchè…

Io sono la regina della casa
mi sveglio la mattina soltanto per lui
lui che è l’uomo più importante
più intelligente,
io in realtà non sono niente
senza di lui…

Io sono la regina della casa
graziosa e stupidina mi vuole così
mi vuole così..

A star sempre chiusa in casa
la giornata vola via
ho la radio sempre accesa
che mi tiene compagnia
e la sera si capisce
guardo la televisione
mi rimodo, m’istruisco
e mi distraggo un pò.

Tutto ciò mi va benissimo
perchè effettivamente….

Io sono la regina della casa
mi sveglio la mattina soltanto per lui
lui che è l’uomo più importante
più intelligente,
io in realtà non sono niente
senza di lui…

Io sono la regina della casa
graziosa e stupidina mi vuole così
mi vuole così..

Or che i figli son più grandi
posso anche lavorare
cosa importa se poi dopo
io ciò anora più da fare
alla sera solamente
tanta voglia di dormire
dopo tutto è proprio questo
che voleva lui…

Ed ha perfettamente ragione
considerato il fatto che…

Io sono la regina della casa
io sono la regina della casa
la la la la

E se vi sembra femminista ..oops, quasi dico una parolaccia, o maschilista, parliamone insieme al Caffè Ismene. Alle 17 di giovedì 7 marzo, alla Bookique, vi aspettiamo!

Il capetto non è nato cattivo

Inuna Storia del Genere-an History of Gender su 3 marzo 2013 a 21:16

Ribloggato da Il Porco al Lavoro:

Il capetto non è nato cattivo. Lo è diventato. Deve essere stato a causa dei completi grigiastri che indossa ogni giorno, così fuori contesto, che lo fanno assomigliare a un becchino. Il suo corpo pelle e ossa ci fluttua dentro. Il viso dai lineamenti regolari potrebbe dirsi quasi bello se non fosse per la piega delle labbra, contratte in segno di sprezzo, e per gli occhi piccoli che Lombroso avrebbe bocciato.

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Il metodo Chuck Palahniuk

Inuna Storia del Genere-an History of Gender su 3 marzo 2013 a 21:15

Ribloggato da Plutonia Experiment:

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Allora, vediamo... Visto che l'articolo di due settimane fa, riguardante i consigli di scrittura di Kurt Vonnegut, vi è piaciuto, oggi facciamo il bis con Chuck Palahniuk. Non credo che questo spazio diventerà una rubrica fissa, perché mi piace variare il contenuto delle classifiche del sabato, tuttavia può darsi che vi proporrò ancora un paio di articoli di questo tipo, sempre concentrandomi sugli scrittori che, in un modo o nell'altro, possono essere considerati "di genere".

Continua a leggere... 1.509 altre parole

I’m easy

InCOME SALVARSI LA VITA su 27 febbraio 2013 a 08:32

It’s not my way to love you just when no one’s looking
It’s not my way to take your hand if I’m not sure
It’s not my way to let you see what’s going on inside of me
When it’s a love you won’t be needing, you’re not free
Please stop pulling at my sleeve if you’re just playing
If you won’t take the things you make me want to give
I never cared too much for games and this one’s driving me insane
You’re not half as free to wander as you claim
But I’m easy
I’m easy
Give the word and I’ll play your game
As though that’s how it ought to be
Because I’m easy

Don’t lead me on if there’s nowhere for you to take me
If loving you would have to be a sometime thing
I can’t put bars on my insides
My love is something I can’t hide
It still hurts when I recall the times I’ve cried
I’m easy
I’m easy
Take my hand and pull me down
I won’t put up any fight
Because I’m easy

Don’t do me favors, let me watch you from a distance
‘Cause when you’re near, I find it hard to keep my head
And when your eyes throw light at mine
It’s enough to change my mind
Make me leave my cautious words and ways behind
That’s why I’m easy
Ya, I’m easy
Say you want me, I’ll come running
Without taking time to think
Because I’m easy
Ya, I’m easy
Take my hand and pull me down
I won’t put up any fight
Because I’m easy
Ya, I’m easy
Give the word, I’ll play your game
As though that’s how it ought to be
Because I’m easy

out...

Inuna Storia del Genere-an History of Gender su 27 febbraio 2013 a 08:28

Ribloggato da chocolate is a verb:

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found poem © j.i. kleinberg

DATECI GLI ARGOMENTI!

Inuna Storia del Genere-an History of Gender su 24 febbraio 2013 a 20:01

 SI RICOMINCIA!

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 Il Caffè Ismene riapre i battenti!

 7 marzo 2013

CAFFE’ LETTERARIO BOOKIQUE

PARCO DELLA PREDARA

17.00 – 18.30

Caffé Ismene:storie ed esperienze narrate con voce di donne: Il Caffé delle Donne!

Parliamo di:

La sovranità femminile: Regina della casa

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o Regina della propria vita?

The-Queen-001

I caffè continueranno a cadenza mensile,  noi alcune idee ce le abbiamo e le svilupperemo,   ma voi dateci gli argomenti!

E’ arrivato il momento di rimettersi in discussione: di  che cosa vogliamo parlare, su quale argomento ci vogliamo accendere? Quali sono i temi sui quali vogliamo conoscere le opinioni delle altre? C’è qualcosa di non detto che sta aspettando il momento giusto per risuonare nelle nostre orecchie?

Ci vediamo il 7 marzo e facciamo il calendario dei nostri incontri, dei momenti che dedichiamo a noi stesse e vogliamo condividere con tutt*.

Caffé Ismene: Iniziativa ideata e promossa dall’Assessorato alle Politiche sociali e Pari opportunità del Comune di Trento in collaborazione con l’Associazione Womenoclock

L’Internazionale del ballo per difendere le donne (Adriano Sofri)

InCHE SUCCEDE IN CITTA', DONNE CHE FANNO COSE, eventi-events su 13 febbraio 2013 a 14:03

rather fond of you

Riportiamo l’articolo di Adriano Sofri dal blog di Triskel182, a sua ripreso da Repubblica di oggi. Ricordiamo gli appuntamenti del V-Day Trentino domani pomeriggio in Piazza Duomo/ Via Belenzani e poi Passaggio Osele. Vi aspettiamo!

Dunque domani donne e uomini di tutto il mondo – “un miliardo” – balleranno nelle strade e nelle piazze per dire no alla violenza contro le donne.Mettiamo insieme qualche notizia recente. In India, dopo l’episodio atroce dello stupro di branco della studentessa “Amanat”, morta dopo tredici giorni di agonia, le donne che chiedono il porto d’armi per difesa personale si sono moltiplicate bruscamente. È entrato in funzione il primo tribunale composto di sole donne per giudicare crimini contro le donne.In Italia, dove le uccisioni di donne sono pressoché quotidiane, le cronache hanno registrato due omicidi compiuti da donne, sul marito e sull’amante; nel secondo caso dopo anni di angherie. La cronista che ne ha riferito ha scritto, senza virgolette, “maschicidio”, a ragione (si può prevedere che il termine solo apparentemente neutro di “omicidio”, per non dire di “uxoricidio”, sia destinato a uscire dal lessico comune, e forse anche da quello giudiziario, quando si tratti di un uomo che uccide una donna o viceversa). Ancora, secondo le cronache, un uomo che ha tentato efferatamente di ammazzare la propria moglie avrebbe lamentato che non volesse lavargli la tuta del calcetto. Il disgraziato manifesto di un prete di Lerici menzionava l’abitudine delle mogli moderne di far arrivare in tavola la minestra fredda.Il clou della denuncia era tuttavia nell’abbigliamento delle donne, tale da indurre i veri uomini in tentazione, di violenza se non di femminicidio. (Quando ha detto: “Ma lei è frocio? E se no, che cosa prova quando vede una donna mezza nuda?” il prete di San Terenzo stava confessando: “Io non sono frocio, e quando vedo una donna mezzo nuda…”). Nel piccolo Swaziland, dove il re sceglie ogni anno una nuova moglie fra le giovani a seno nudo, a Natale la polizia ha annunciato che avrebbe fatto rispettare più severamente il divieto di indossare minigonne e jeans a vita bassa “perché facilitano lo stupro”. Una analoga legge arcaica è in vigore ad Adelaide, Australia: il portavoce della polizia ha detto che “lo stupro è facilitato, perché è facile togliere il mezzo vestito indossato dalle donne”. Nel 1999 una memorabile sentenza di Cassazione italiana sostenne che è difficile togliere i jeans “senza la fattiva collaborazione della donna”. Bisognò aspettare il 2008 per leggere una sentenza correttrice.
Negli stessi giorni dell’affare di Lerici si discuteva dello stupro della ragazza indiana. La scrittrice Anita Nair scriveva, tradotta su Repubblica:
“Mia madre mi ha sempre detto di guardarmi le spalle. Non prendere taxi e automobili se non sai che è un servizio sicuro. Non attirare l’attenzione su te. Chiedi a tuo marito al tuo fidanzato a tuo fratello di accompagnarti…”. E Mira Kamdar: “Mio nonno, urlandomi rimproveri per il vestito o il mio modo di parlare, mi fece capire che il solo modo per proteggermi dal pericolo continuo degli uomini era di comportarmi e vestirmi così da rendermi invisibile”. E così via, infinite testimonianze. “Nessuna donna a Delhi si avventura sola fuori di casa dopo le 5 di pomeriggio”. Colpiva l’apparente somiglianza fra i precetti del prete e le raccomandazioni delle donne indiane: solo che le seconde sono le vittime. Nel mondo si conduce una guerra di liberazione e di riconquista delle donne, non dichiarata, non riconosciuta. È la posta della stessa guerra in Afghanistan, incarnata nella quindicenne Malala, assaltata ferocemente da uomini perché difende il diritto all’istruzione per le bambine afgane. Era e resta la posta delle primavere arabe, e prima del-l’Iraq e della Libia. In Tunisia una giovane stuprata dai poliziotti è stata mandata a processo per attentato al pudore.
In Israele i rabbini ultraortodossi vogliono la separazione fra uomini e donne nei bus, nei negozi e sui marciapiedi, e un abbigliamento che copra le donne fino ai polsi e alle caviglie. Una bambina di 8 anni è stata insultata e sputata da uomini per un abito da loro ritenuto immodesto.
Nel gennaio 2011 un funzionario di polizia, Michael Sanguinetti, tenne una conferenza sulla sicurezza agli universitari di Toronto: “Sentite, qualcuno mi ha detto di non dirlo, e tuttavia, le donne dovrebbero smettere di vestirsi come troie (slut) per evitare di essere aggredite”. Le sue parole suonarono come la conferma del pregiudizio maschile per cui le donne stuprate sono sempre almeno corresponsabili della loro disgrazia. Ci fu una rivolta. Tremila persone tennero la piazza in aprile al motto: “Siamo tutte troie”. In maggio furono migliaia a Sydney e 2 mila a Boston. Gli slogan erano comuni: “La sola persona che puoi scopare quando vuoi sei tu”, “È una gonna, non un invito”, “Non dite a noi come vestire. Dite a loro di non stuprare”, “Sono una troia, ma non la tua”, “Look, don’t touch. This is a dress, not a yes”.
Holly Black (non è la scrittrice, lavora in un ospedale di Boston): “Vogliamo riappropriarci del termine troia, quando una troia è maltrattata o aggredita, non l’ha né desiderato, né meritato, e chi la aggredisce è almeno altrettanto colpevole che se avesse aggredito una non-troia. Lo stupro non è l’effetto di un desiderio sessuale, bensì un atto di violenza e di umiliazione. Lavoro al pronto soccorso e vedo arrivare vittime che non indossano minigonne ma jeans, jogging, pigiami, e perfino velate”. L’iniziativa si diffuse contagiosamente, con qualche problema di traduzione (il francese salope è più ambiguo): Marche des salopes, Slut-walk, Marcha de las putas, o ancora das vadias, das vagabundas; “marcia delle charmoutot” a Gerusalemme. Erano cortei a volte di qualche decina, altre di centinaia e di migliaia di persone, donne e uomini, le donne prevalentemente in biancheria intima o abiti cosiddetti provocanti. A Londra sfilano in 5 mila, e un giorno dopo, il 12 giugno, a Edimburgo e a Brasilia, una delle città più colpite dagli stupri. Lima, Reykjavik (“la cultura dello stupro impregna anche l’Islanda”), Berlino, Cordoba… In India una diciannovenne che ha studiato in Canada, Umang Sabarwal, convoca a Nuova Delhi, la capitale delle violenze sessuali, una “marcia delle troie”, che dovrà rinviare e poi nominare diversamente, “marcia delle insolenti”, o “delle sfrontate”, rinunziando all’abbigliamento succinto, per le reazioni generali e anche di donne impegnate.
Il meccanismo di reazione è consueto, si prende l’accusa infamante e se ne fa una bandiera; nello slogan c’è anche una rivendicazione di libertà e gioia sessuale. Era successo dopo l’ignobile episodio Strauss-Kahn, “Siamo tutte cameriere d’albergo”. Dopo la nostra Lerici, a Carrara un gruppo di donne andò in chiesa in minigonna e décolleté.
Da che mondo è mondo, controllare capigliatura e abbigliamento altrui (le reclute, per esempio, o i collegiali ecc.) e soprattutto delle donne, è la condizione decisiva del padronato maschile. La monaca di Monza sfidava i suoi padroni lasciando che una ciocca uscisse dal suo velo, come fanno le ragazze di Teheran, che i pasdaran assaltano e perquisiscono fin sotto il chador per accertare che non si siano truccate.
Dalle nostre parti, non si tratta solo né tanto degli immigrati poveri che arrivano coi loro costumi chiusi. Sono i ricchi che ci comprano, il Qatar, o che ci riforniscono, l’Arabia Saudita. Affaroni con dinastie che schiavizzano gli stranieri e tengono le donne prigioniere. Questa volta, sarà l’Internazionale di un ballo.

Da La Repubblica del 13/02/2013.

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