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Archivio per la categoria ‘una Storia del Genere-an History of Gender’

FEMM-in-IL-e

In una Storia del Genere-an History of Gender on 11 aprile 2014 at 14:54

by Luisa Sax

spigolatrici
La cosa che più mi ha impressionato nel pezzo sul femminile di Anna G. è in realtà la testimonianza della pochezza umana e scarso senso di giustizia degli “addetti ai lavori” che affiora dai racconti di vita vissuta, nelle prime fasi lavorative dell’acerba avvocata: se questi sono mediamente i nostri giudici, Dio ci scampi dalla giustizia terrena, tanto più pensando ai lauti stipendi che questi presunti “Super partes” intascano.

 

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Pensare che si possa perdere una causa, magari avendo ragione, perchè il proprio avvocato è troppo donna o troppo giovane o il giudice ha interessi trasversali, o frustrazioni personali, non è rassicurante (ma lo si sospettava)
Per quanto più specificatamente riguarda il genere femminile, è pur vero che la panettiera, la contadina e la dottoressa sono termini ben accettati, mentre muratora, idraulica, saldatora, capa cantiere sembrano quasi contronatura, causa rarità di incontri.

Personalmente anche io, 30 anni fa, facevo fatica a dire al citofono: ” Sono la postina c’è una raccomandata da firmare” temevo pensassero a uno scherzo (eravamo poche) ma ora tutti mi individuano come “ la nostra postina “ che arriva in bici, magari è un po’ lenta, ma è gentile e incasella sempre, mentre i suoi colleghi uomini scappano via subito e non incasellano.

 

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Ecco, in alcuni casi le donne godono di una maggiore credibilità e affidabilità e, se fanno bene i ruoli ritenuti maschili, ispirano spesso fiducia e simpatia, ovviamente al netto delle battutine provocatorie che non mancano mai, se però lavorano male, allora il pubblico è curiosamente meno indulgente nei loro confronti, infatti è più irritante una donna lazzarona, disordinata o incapace e si ha meno pazienza a sopportarla.

Questioni di genere sui generis

In pensieri e parole-thoughts and words, una Storia del Genere-an History of Gender on 9 aprile 2014 at 16:10

 

teiera

by Shewolfoclock

Nel fondo d’Italia la minchia si dice,
ma a cosa d’uomini si riferisce,
così come la nerchia, la banana e la renga,
ma solo a Verona e non ad Albenga;
il mona che in Veneto finisce per a
è uomo, ma meglio non sia la tua metà;
e se l’articolo cambia,
con grande magia,
a tutti la mona risveglia allegria;
quand’ecco le palle, femminili plurali,
che se sono cojoni diventan volgari;
gli articoli impazziscono
e i generi si mescolano;
se però l’articolo è ‘the’ invariato
le linguistiche pippe…

han il tempo contato!

Il caroto, le piselle e la marita del mio moglio.

In una Storia del Genere-an History of Gender on 7 aprile 2014 at 08:57

Nel giro di due giorni il discorso sul linguaggio e sul suo quotidiano uso inadeguato mi ha messo KO.

Un’amica mi ha detto che lei non ha lottato per essere chiamata avvocata. Sciaf!

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E poi ho letto Marzano online, fieramente controcorrente nel considerare quisquilie il dibattito ministra/ministro. Questo è stato proprio un cazzotto visto che la mia amica la conosco solo io e Marzano invece qualcun* di più. …ma ho sperato che la corrente se la portasse.  E se per caso non sapete chi è Marzano non sarò certo io a dirvelo.

L’abilità a fare domande che demoliscono non certezze, ma percorsi di crescita ce l’ho anche io, che si sappia, ma l’unica domanda che veramente importante è: perché facciamo questo?

Avvocato Rossi è un uomo, avvocata Rossi una donna, dottor Rossi uomo, dottoressa Rossi donna, idraulico Rossi un uomo, idraulica Rossi una donna, panettiere Rossi un uomo, panettiera Rossi una donna etc. etc.

Un discorso banale ma evidentemente ancora tutto da scoprire.  

Non sarò mai un avvocato. Non solo perché sono una donna, ma perché in quanto donna mi oppongo con tutta me stessa a tempi di lavoro che non contemplano nemmeno lontanamente l’idea di conciliazione tra famiglia e lavoro, per dirne una. Non sarò mai un avvocato, perché devo combattere contro l’insinuante e svilente illazione che certe cause le avrò vinte perché sono carina e il giudice ha un debole per me.  Ma anche no.

 

images-27Chiamandomi in disparte un momento prima di leggere il dispositivo, una volta un giudice di pace mi ha spiegato con un accenno di imbarazzo che non poteva dare torto alla mia  controparte, perché io ero giovane e appena arrivata, mentre l’avvocato di controparte un anziano eminente giudice del foro….e quindi una certa strada luogo di un incidente leggermente in salita è diventata un salita così ripida e piena di dossi che nessuna macchina in nessuna corsia poteva vedere le autovetture e nemmeno i camion che arrivano dall’altra corsia di marcia in tempo per evitare lo scontro….

Non sarò mai un avvocato perché ho dovuto lottare contro le giudici che guardandomi tornano indietro, all’inizio della loro carriera la cosa non gli piace per nulla, e alcune di loro mi hanno guardato con compassione – e mi hanno regalato dei libri per studiare e migliorare –  e offerto sostegno, altre invece mi hanno visto  solo come una nemica o una che ne deve passare almeno il doppio delle traversie che hanno vissuto loro.

Una volta un signor Giudice donna ha urlato in mezzo all’aula che che quella che avevo sostituito io era più educata di me e che il mio ufficio stava peggiorando la qualità della sua difesa… (quella che andava prima non era avvocata e si faceva fare le comparse da un collega)…Nessun collega e nessuna collega è intervenuto, nemmeno con uno sguardo, a chi importava?

Un altro Giudice mi ha chiesto di non masticare la gomma in aula, e me lo ha detto in uno sgabuzzino delle scope. Io avevo garbatamente  sollevato in Corte l’opportunità che esercitasse quale Giudice di pace nella città in cui abitava, aveva lo studio di avvocato e il figlio avvocato si trovava a difendere i compaesani…..e io mi trovavo il padre come Giudice ed il figlio come controparte….e la cosa mi rendeva nervosa in aula ed effettivamente succhiavo caramelle e masticavo gomme.

Insomma io sarò anche una peste, maleducata e inadatta…ma mi è venuto seriamente da pensare che ci sono state persone che hanno considerato il mio modo di essere donna nella professione un’offesa nei loro confronti e alcune di queste erano donne.

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Sono una donna anche nella mia professione e voglio che si sappia, per me è una questione di dignità. Adesso non vado più in aula da molti anni e ci tornerei ancora con più consapevolezza e continuerei a farmi dare della maleducata chiamando signora Giudice le donne e signor Giudice gli uomini.

Quante volte abbiamo confidato che una donna in posti di vertice facesse finalmente qualcosa da donna? Cioè si occupasse di promuovere la condizione e la presenza della donna, oltre che la propria carriera?

Non sono sicura che tutte noi donne abbiamo capito quanta rivoluzione ci sia nelle parole, quanta potenza evocativa e quanta forza di cambiamento, ma non importa, perché ripeto è una questione di dignità.

Io prima sono una donna e dopo un’avvocata, una preside, una panettiera, una ferramenta, una muratora, una qualsiasi cosa voglio essere.

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Non sarò veramente rispettata come persona se non mi chiameranno con il mio nome nella mia professione.

Ma forse la domanda che ci dobbiamo porre seriamente è un’altra:  perché siamo noi donne a perpetuare i riti del patriarcato, gli stereotipi che ci condizionano negativamente, ci tagliano le ali, perché ? O ha ragione Jong quando dice che la migliore schiava non ha bisogno di essere battuta, ella si batte da sola?

Ah, a proposito del titolo: se non è importante il maschile ed il femminile,  allora io sono la marita del mio moglio e stasera a cena si mangia il caroto con le piselle e cucina il moglio.

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Ma sul concetto di moglio ci ritorniamo…..

 

Rossana Ombres, Canzone di Lilit

In COME SALVARSI LA VITA, letteratura-literature, Mito, una Storia del Genere-an History of Gender on 5 aprile 2014 at 10:07

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lilit

ROSSANA OMBRES

 

Da “Canzone di  Lilit

………….

Quanti lessici
già conosce Lilit!
Settanta lingue parla
e sveglia nelle loro tane e  sottomette
morti alfabeti di creazioni perfette e subito consunte!

…………..

Verrà giorno verrà che lei, Lilit…

Rossana Ombres

 

Coco e l’etichetta

In DONNE CHE FANNO COSE, pensieri e parole-thoughts and words, una Storia del Genere-an History of Gender on 2 aprile 2014 at 15:00

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La moda è libertà o costrizione? gioco o mercato?

L’etichetta, intesa come artificiale eleganza o/e griffe, ha vinto sullo spirito innovativo e lo stile?

Riportiamo qui un intervento di Sara Bimbi per Vogue sulla moda e l’emancipazione delle donne agli albori del Novecento:

“Le rivoluzioni non si fanno con i guanti di seta. In senso metaforico non si può non essere d’accordo, ma se prendiamo questa frase alla lettera, è possibile fare un’obiezione: c’erano tempi in cui un semplice guanto sfilato in un determinato contesto poteva suscitare scalpore e quando le donne l’hanno capito, non hanno esitato ad usare la moda come strumento di provocazione. Stiamo parlando del lungo e tortuoso percorso dell’emancipazione femminile (su cui a mio parere ci sarebbe ancora tanto da lavorare) e dell’influenza che la moda ha avuto in questo ambito. I primi movimenti risalgono ai tempi delle suffragette, donne che non volevano più essere considerate solo come mogli e madri e chiedevano di avere gli stessi diritti che la società riservava agli uomini; il loro unico mezzo per farsi notare era quello di organizzare azioni che per l’epoca erano estremamente provocatorie: andare in bicicletta, indossare pantaloni, scendere in piazza a manifestare.

inghilterra 1910

Dagli anni 20 del Novecento sul panorama della moda si affaccia lo stile unico e inimitabile di Coco Chanel, una delle poche ad aver saputo dar voce alle nuove esigenze delle donne; queste, infatti, diventavano sempre più indipendenti lavorando e cominciando a praticare sport. Dal momento che potevano disporre di propri patrimoni, si avvicinarono anche al mondo dell’economia e della politica, prima assolutamente inaccessibile. I progetti di Coco sono dedicati proprio a loro, concependo abiti che fossero raffinati, eleganti e allo stesso tempo comodi; simbolo di questo ideale di donna è il famoso tailleur, creato da Coco prendendo spunto direttamente dai completi dei suoi amanti: emblema del potere maschile, portato dagli uomini più ricchi e importanti, trovava ora la sua versione femminile. Un altro segno di riscatto fu l’abbandono del corsetto, strumento di “tortura” che provocava danni fisici anche gravi a chi lo portava; la moda, allora, era quella dei vitini di vespa. Se da una parte è vero che la moda spesso propone un’immagine femminile lontana dalla realtà delle donne ‘normali’ e dagli ideali per cui tante lotte sono state portate avanti, c’è da dire che sicuramente molte delle conquiste e delle libertà di cui ora possiamo godere, sono state ottenute anche grazie ai mezzi che questo mondo ci ha offerto.”

Che ne pensate? Cosa resta oggi di ciò nella moda?

Bellezza e amore, la sua religione.

In DONNE CHE FANNO COSE, libertà-freedom, movimento, una Storia del Genere-an History of Gender on 30 marzo 2014 at 08:00

by Shewolfoclock

MARIALACERDAWEB

Maria Lacerda de Moura, una pioniera del femminismo brasiliano, una propagatrice di idee definite anarchiche, ma di fatto solo libertarie, riteneva che

‘A palavra “feminismo”, de significação elástica, deturpada, corrompida, mal interpretada, já não diz nada das reivindicações feministas.’ e lo diceva nel 1919 in America del Sud!
Non molto conosciuta oggi, nemmeno nel suo paese, il Brasile, risulta invece più attuale di sempre, avendo avuto già l’idea di concepire gli studi di genere nel momento in cui proponeva la “História da Mulher” nei curricoli scolastici; era anticlericale, antifascista, sostenitrice del diritto di vivere in armonia con la propria conoscenza.
Sognava una società , ‘dove ci fosse pane per tutte le bocche, dove si mettessero in campo tutte le energie, dove si potesse cantare un inno alla gioia di vivere nell’espansione di tutte le forze interiori’ e non le pareva che questi ideali si potessero definire riduttivamente femministi.

Maria L

 

Maria era pedagogista, giornalista, editrice, militante, infiammata paladina della libertà sessuale contro la morale dell’epoca:
‘..Lasciate che l’amore sia libero, assolutamente libero, uomini e donne troveranno, nella legge biologica e nelle esigenze emotive e spirituali, la loro strada, la loro verità, la loro vita, la soluzione può essere solo individuale. Ognuno ama come può.’

playlist marzo

In una Storia del Genere-an History of Gender on 25 marzo 2014 at 07:36

Sessualità

Diritti e 8 Marzo

Limoni

21 Marzo, Primavera

Jorie Graham e i limoni

In DONNE CHE FANNO COSE, letteratura-literature, una Storia del Genere-an History of Gender on 18 marzo 2014 at 15:34

By Silkoclock

Da “CAGNES SUR MER 1950″

donna con limoni

……………………………

Penso da questa distanza
che ero felice.
Penso da questa distanza.
Ero seduta. Era prima di saper camminare.
Solo la mia anima camminava ovunque senza peso.
Dove declinava la strada tutto spariva.
Proprio come immaginavo dovesse accadere.
Apparire e sparire.
Nella mia unica vita.
Quando s’avvicinò la voce di mia madre aveva un corpo.
Aveva braccia e abbracciavano qualcosa
che doveva essere un cesto. La mia mente ora
può girarle intorno, e davanti, e avvolgerla
come le sue braccia avvolgevano quel cesto.
E doveva essere di vimini
perché nella luce vedo molte sfumature di marrone, le punte bianche
quando esce dall’ombra
dove non si vede nulla eccetto le sue mani
e il suo portare. E quando il suo corpo arriva
arriva con tanti limoni tutti illuminati, interamente avvolti nel sole,
che il pesante cesto ancora contiene,
e le sue unghie brillanti intrecciate,
e lo sguardo sul viso mi cerca,
sguardo simile a quelle cose brillanti che portava
davanti, un nuovo ventre.

cesto di limoni 3
Tutto ciò che avrei inventato in questa vita è la nel cesto di vimini fra i limoni.
Venuto da sotto l’orizzonte, da dove sale il rumore del mercato
su all’intima aria dove lei si muove,
dove lei è ancora una donna intera, una donna di volontà,
e io sento gridare quel che devono essere prezzi e nomi
di fiori e frutta e carne e animali chiusi in piccole gabbie,
tutto sotto di noi, dal fondo del villaggio, da quella parte
per me così comoda che è invisibile,
dove ogni cosa deve essere venduta per mezzogiorno.
Penso fosse in quel momento che mi fu dato il mio nome,
quando ho sentito la prima volta i prezzi portati dalle voci
mentre la sua faccia s’apriva in un sorriso chinandosi verso di me
per dire eccoti, eccoti.

Jorie Graham

jorie graham 2

………………………………..

I think from this distance
that I was happy.
I think from this distance.
I sat. It was before I knew walking.
Only my soul walked everywhere without weight.
Where the road sloped downhill there was disappearance.
Which was exactly what I imagined should happen.
Appearance and disappearance.
In my only life.
When my mother’s voice got closer it had a body.
It had arms and they were holding something
that must have been a basket. My mind now
can go round her, come in front, and wrap her
as her arms wrapped that basket.
And it must have been wicker
because I see in the light the many lucent browns, the white tips,
as she steps out of the shadow
in which nothing but her hands and the front of her act of carrying
are visible. And when her body arrives
it is with the many lemons entirely struck, entirely taken, by sunshine,
which the heavy basket is still now carrying,
and her bright fingernails woven into each other,
and her face with its gaze searching for me,
gaze which felt like one of the bright things she was carrying
in front of herself, a new belly.
All I was to invent in this life is there in the wicker basket among the lemons
up into the private air in which she is moving,
where she is still a whole woman, and a willing woman,
and I hear what must be prices and names called out
of flowers and fruit and meat and live animals in small cages,
all from below us, at the bottom of the village, from that part
which is so comfortable to me which is invisible,
and in which everything has to be sold by noon.
I think that was the moment of my being given my name,
where I first heard the voices carrying the prices
as her face broke and its smile appeared bending down towards me
saying there you are, there you are.

Jorie Graham

nota sulla vita di Jorie Graham

l’età del sangue

In imperfezioni/imperfections, quello che le donne non dicono-what women do not say, una Storia del Genere-an History of Gender on 10 marzo 2014 at 15:16

by Silkoclock

mestruo

Questa svenevolezza – una voce forse – fragola e limone -

nelle giornate più calde dell’anno – quando il sole acceca

a spiragli dai pertugi – e amplifica i minimi rumori – uno

sbattere di porta lo squillo di un telefono – distesa sul letto

incerta sul daffarsi a ascoltare il tuo corpo affondare e il

tuo sangue colare nell’ultimo mestruo – Tutti i malumori

e le lacrime segrete scacciati nel sorso di un caffè o di

uno sciroppo di lamponi dolciastro e denso proprio come

il tuo sangue – La fiacchezza si attenua alla prima brezza

pomeridiana seppure fievole e incostante – sembra una nostalgia

di tesori – isole del tesoro che sognavamo da ragazzi -

sogni di pietre preziose inanellate tra loro o aggrovigliate in grappoli

come frutta esotica – In lontananza una voglia di lago immerso

nell’umido aspettando la notte dopo il tumulto della luce

mentre si scioglie una natura ridente e spietata come questa età.

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Io l’otto marzo saluto le bambine…

In una Storia del Genere-an History of Gender on 8 marzo 2014 at 03:05

By MBR o’ clock

E di nuovo è  l’8 marzo,  pieno di cliché e parole rimpolpate, sempre le stesse, sempre le solite barzellette e battute, i mezzi sorrisi di circostanza, il rinnovamento dei buoni propositi politici, sociali.

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Di buone coscienze sempre pronte a dire e scrivere come si fa per “essere-una-donna-che-se-la-cava”, forte, brava, pronta ad affrontare il contesto sempre più difficile dove siamo immersi.

Qualcuna tirerà fuori il perché di questo 8 marzo, e le altre diranno “ah, sì, certo, che brave queste donne” con un tono tra l’ammirato e il deluso,
aggiungendo “eh sì, ma questo lo potevano fare il quel momento, figuratevi oggi!” come se le donne di oggi non c’entrassero nulla con quelle lì che sono morte per i diritti di tutte.

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E non mancheranno le mimose, belle, bellissime per carità, che inondano le nostre città solo l’otto di marzo, per ricordare anche a chi non si è ricordato che magari solo per oggi potrebbe deporre le armi.

Ci saluteremo tra di noi, ci diremo che ci ammiriamo a vicenda, e sarà sicuramente vero,

 perché se hai delle vere amiche, se hai attorno a te donne

veramente in gamba

non puoi non ammirarle anche se non sempre sei d’accordo con loro. E va bene così.

Ma potrebbe essere un otto marzo anche con alcuni ingredienti diversi, qualche consapevolezza in più, magari si potrebbe pensare davvero a
noi stesse, al nostro ruolo personale e sociale ma non facendoci diventare una caricatura di noi stesse, pronte per autogiustificarci e basta.

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Potremmo pensarci con le nostre vere fatiche, quelle che ci passano davanti e le lasciamo per un altro momento perché ci costa tanto ma tanto guardarci nello specchio e dirci che il nostro “dovere da donna” lo stiamo facendo in modo discutibile.

Mi riferisco alla
trasmissione alle nuove generazioni di un “essere donna”

(e che cosa è poi questo “essere donna”?).

images-22 Leggi il seguito di questo post »

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