danze

Anche quest’anno a Rovereto linguaggi e corpi si incontrano nello spettacolo della danza.
Quando ero piccola mi hanno insegnato che il corpo è un insieme di funzioni, molte delle quali abbastanza imbarazzanti. Così mi chiedevo se le ballerine di danza classica facessero davvero cacca e pipì.
Di contro, in quanto donna, il mio corpo – quello che abitavo io – sarebbe stato presto percorso ed abitato anche da altri.
I figli per esempio, perché della meccanica del rapporto eterosessuale non mi si mise ufficialmente a conoscenza se non quando ero abbastanza grande da aver già capito tutto da sola.
Se l’intendimento della mia educazione era quella di dare al mio corpo un valore superiore mescolando religione e miracoli, funzione sociale e continuità della specie, non funzionò per nulla. Non condividevo l’idea di fondo, e l’idea di fondo era questa: compensare l’enormità di questo corpo, la sua potenza il suo mistero il suo linguaggio. E cercare di farlo tacere, perché a volte parla a sproposito. Però mi dicevo, se ho bisogno di darmi valore attraverso per esempio la gravidanza e la maternità, non che il mio corpo non ha valore senza il ricorso a parametri esterni, collettivi, culturali?
Da adulta ho visto danzare Fontaine e Nureyev e Graham e poi il flamenco e Bob Fosse …ed ho scoperto la danza che libera il corpo, lo esalta, lo diseduca e gli permette di raccontare qualsiasi tipo di storia, si concede anche la metafora ed una narrazione disturbante, sperimentale, impudente e amorosa. Magari è il corpo che abita l’anima e non viceversa.
Ho scoperto che la danza può essere segno forte della cultura a cui appartiene il corpo, ma anche no.
Ho scoperto che in effetti esistono le danze, così come esistono i corpi.