Appuntamento al Fiore di Ismene – Caffè delle Donne: Femminile? Sì, ma con moderazione!

Ci ritroviamo, amiche, per un altro incontro ospitato da Bookique, penultimo appuntamento prima della fine dell’anno.

        Devo dire che  lo scambio pomeridiano di racconti ed esperienze tra donne  – ma anche con uomini – davanti ad un caffè, ci ha dato tante soddisfazioni. Ci siamo trovate a considerarlo se non proprio necessario, sicuramente una buona abitudine.   Quello con l’Assessora Comunale alle Politiche Sociali e Pari Opportunità,  che  spesso è stata una tra noi a raccontare e raccontarsi, Violetta Plotegher, è stato un progetto/percorso da lei fortemente desiderato, che ha poi trovato noi di Womenoclock a corrisponderle, dando vita ad una modalità di relazione tra persone a metà tra il reading e certi collettivi anni ’70,  vicina talvolta al filò delle nonne davanti al camino acceso.

Insomma,  certi momenti di “autocoscienza” di cui le nuove generazioni hanno perso la memoria.

Momenti, però,  pensiamo noi a Womenoclock, a cui tutte le generazioni possono attribuire un significato ed un valore personale, e che possono aiutarci a dare un senso più preciso alle esperienze quotidiane. E – perchè no? – conforto nei momenti in cui i nostri pensieri sembrano essere più grandi di noi.

Così, la domanda-chiave del nostro pomeriggio di giovedì è – “maschile o femminile?” 

Parliamo di linguaggio e di definizioni, affrontiamo un argomento caldissimo.

O forse, invece, è ancora conservato nel ghiaccio della “ristrettezza” mentale e dell’abitudine; che magari giustificano, ma non spiegano, l’ostracismo che spesso si incontra nel proporre un cambiamento, persino se questo va in senso migliorativo dei rapporti e dell’efficacia della nostra stessa lingua italiana.

Parliamo di linguaggio di genere. Ad esempio: l’uso del maschile nella denominazione di cariche e professioni è percepito come discriminatorio in alcuni contesti: questo va rispettato. Alcuni pensano di risolvere il problema usando termini collettivi in luogo del riferimento al soggetto singolo (es. la dirigenza, invece che i dirigenti/le dirigenti). Probabilmente, però, si rischia di assecondare la tendenza nefasta – propria dell’italiano amministrativo – a “spersonalizzare” il soggetto. D’altro canto lo sappiamo tutt* che l’italiano è un linguaggio fortemente androcentrico, che intende il maschile come genere neutro, e per neutro intende universale, sia nei termini fattuali che astratti.  Ed è in nome di questo orripilante atteggiamento, che ogni richiesta di aggiornamento del linguaggio viene vista nello stesso modo in cui si guardava alle suffragiste: ma che razza di donne, da dove vengono, saranno mica pazze ….. Femminile, va bene, ma con moderazione!

Per converso bisogna ammettere senza inutili riserve,  che nella pratica quotidiana spesso sono le donne stesse – giunte finalmente ad occupare posizioni tradizionalmente riservate agli uomini – a preferire il titolo al maschile.

Posso esserne diretta testimone: alcune colleghe mi hanno contestato che se scrivevo la dirigente invece che il dirigente rischiavo di “invalidare il contenuto dei miei provvedimenti” …Ovviamente non è così, ci mancherebbe altro, ma cambiare che fatica….non è vero?

Eppure è così semplice, il cambiamento è a portata di mano!

Le amiche di SIL Trento – che da lungo tempo segue attivamente la questione e si impegna per favorire a tutti i livelli  la diffusione di un linguaggio di genere,  ci accompagneranno con questa certezza nel nostro pomeriggio insieme, con la consapevolezza che questa non è una battaglia futile, ma fondamentale per la dignità di tutt* e la chiarezza degli equilibri.

            Io ci sono e lo dico! Ma ho il vocabolario adatto?

Vi aspettiamo alla Bookique, giovedì 11 ottobre dalle 17.00 alle 18.30,  per raccontarci, confrontarci e crescere insieme!

9 comments

  1. Sí, è bella questa conversazione e, almeno per me, anche utile ed istruttiva. E non è certo per renderla più bella, quanto piuttosto per trarne io una maggiore utilità, che desidero aggiungere e soprattutto richiedere qualche precisazione.
    Di una, sono io in debito: per non appesantire il mio precedente commento con una dotta (si fa per dire!) citazione, mi ero rifugiato in un generico “è risaputo”, nel riportare quasi alla lettera il passo del saggio “L’italiano”, passo nel quale il prof.Beccaria scherza sulla non coincidenza in latino tra genere grammaticale e genere sessuale, parlandone proprio come di motivo di sua perplessità nei confronti delle note Raccomandazioni di Alma Sabatini. Ma, a fronte di questa banale precisazione (giustificazione?), una spiegazione ben più importante chiedo alla cortesia ed alla maggior competenza di Giovanna.
    Ella infatti lamenta l’enorme ritardo dell’Italia nel superamento delle discriminazioni del linguaggio, critica giustamente l’ignoranza dei mezzi di comunicazione, ma nel contempo -se ho ben capito- respinge qualsiasi intervento “dall’alto”, confidando nella “lotta” individuale e nella crescente consapevolezza della gente. E, non meno giustamente, ci addita come esempio la più avanzata ed evoluta esperienza anglosassone. Bene, ma quest’ultima non è forse anche frutto dei ripetuti interventi istituzionali,risalenti negli USA addirittura “agli anni Settanta del secolo scorso”, che han portato all’emanazione di valide ‘guidelines’, rivolte soprattutto ai “luoghi tradizionali di diffusione di cultura e informazione (case editrici, redazioni di giornali, associazioni culturali, organismi religiosi, istituzioni giuridiche)”? (v.sito ww.treccani.it/magazine/lingua italiana ecc, 127 htlm).
    Insomma, da sempre, gli ignoranti vanno istruiti ed educati! Se per esempio prendo me stesso, debbo riconoscere che non mi riesce affatto facile dire ‘soldata’ anziché ‘soldatessa’. Avverto che, se propendo per quest’ultima, non è certo con intenti riduttivi o denigratori (che personalmente neppur ravviso, in generale, nel suffisso ‘essa’), quanto per spontanea proiezione dei due femminili consolidati -per attività oltretutto ben più nobili di quella delle armi- di ‘professoressa’ e di ‘poetessa’ . Cito ‘poetessa’ con un pizzico di malizia, sapendo che Alma Sabatini preferisce che si dica: ‘la poeta’, soluzione sicuramente impeccabile dal punto di vista linguistico, ma….! Personalmente, soffrirei non poco a chiamare “la poeta”, la mia cara Saffo, la dolce amica che mi accompagna nella vita fin dai lontani tempi del liceo!
    Ecco perché auspico non uno ma più interventi dall’alto, forti e autorevoli, che, grazie anche all’effetto moltiplicatore dei mezzi d’informazione, riescano finalmente a grattar via le ‘croste’ dell’abitudine, resistenti persino in uno come me che – vi assicuro- ha sempre detestato qualsiasi forma di discriminazione.
    Quanto infine al saggio e giusto precetto di Giovanna: “Si cominci a pensare prima di parlare”, vorrei ricordare l’arcinota risposta di De Gaulle al seguace che l’aveva enfaticamente esortato ad ‘eliminare tutti gli stupidi’. Rispose pacato D.G., dopo una breve pausa: “Il suo progetto mi sembra troppo ambizioso”.
    Concludo con una chiosa personalissima: il precetto di ‘pensare prima di parlare’ appare ancor più ambizioso a me, che ormai, quando penso un po’ a lungo prima di parlare, finisco paradossalmente col … tacere!

    • Mi unisco al coro dei ma che bello, anche perché sono sinceramente felice che la conversazione non non langue, visto che mi sento molto “paladina” in questo discorso sull ‘uso della lingua. Io credo nel cambiamento che viene dal basso, o meglio da dentro. Ho visto molte troppe leggi essere disattese e nemmeno punita la mancanza di applicazione perché nella coscienza delle persone quella non era una legge, non c’era nessun precetto da rispettare, e quindi queste leggi o sono sparite o sono diventate qualche altra assurdità ……
      il punto debole del mio ragionamento è che non siamo tutti cresciuti a sufficienza per poter dialogare da pari, e che nessuno prime le mamme ha mai detto adesso si riparte e facciamo un passo in una nuova direzione. Il testo della Sabatini doveva avere il valore di una circolare per la pubblica amministrazione, che avrebbe dovuto attenervisi come fa con tutte le disposizioni scritte su cui basa il suo operare, e questo da più di venti anni non è mai accaduto….qualcuno l ‘ha messa in un archivio, atti per sempre, la cosa non ci riguarda, hahahahahaha adesso vedi che dobbiamo pure cambiare……
      D’altro canto vediamo come sono state aggredite e bollate malamente, e non lo meritavano certo le professioniste che hanno scritto al giornale Adige. Mancava solo che le accusassero di stregoneria …..eppure siamo portati a pensare che ci siano ruoli e persone che una marcia in più la devono avere, devono capire prima di altri e magari raccontare, dove sta andando il mondo, quali pensieri si agitano nella testa delle persone, e che “succede in città” …..evidentemente abitiamo in città diverse.
      Se io rispetto la mia o il mio interlocutore, se io penso che dove mi propongono di andare è un luogo dove si deve andare tutti mi adopero con il mio lavoro, più o meno importante che sia, affinché questa avvenga. In ogni caso non mi oppongo, o non oppongo resistenza passiva per evitare di dare il mio contributo….non so se sono riuscita a spiegarmi. Tutti questi comportamenti come si contrastano? Che cosa si può insegnare a queste persone? E come ?
      La risposta non la conosco, ma nel frattempo che si decide io comincio a dare un esempio e aiuterò SIL a portare un po’ dovunque questa riflessione. Buona serata a tutt *!

  2. Bella questa conversazione con la partecipazione di uomini e donne. Per quanto mi riguarda il problema è già risolto: si comincia a pensare prima di parlare. Che passo avanti! Vien quasi da credere che si riuscirà persino a cambiare la politica … Intervengo pur non avendo risposte a nessuna delle questioni sollevate, solo soluzioni personali che diventeranno risposte solo quando verranno adottate da altri–la lingua è la cosa più democratica del mondo: la fanno i parlanti condividendo frasi e parole. Il problema (leggi: il deficit democratico) sorge quando i parlanti non sono consapevoli, quando si lasciano parlare (per esempio dai grandi media) invece che esser loro a parlare.
    A Stefano (che piacere ritrovarti in parole, in suoni ti seguo e stimo da tempo) vorrei dire: io non sono a disagio a dire architetta. Il Sabatini Coletti già nel 1997 lo citava come “femminile di architetto”, pur precisando “non comune”. Archietto non deriva da archi + tetto ma da archi + tekton=costruttore e se gli archi li costruisce una donna che essa sia costruttrice, no? Se invece è “tetta” a disturbare, beh che dire? Quando leggo sul giornale che la giudice (sì, se donna è la giudice!) ha applicato pene severe, a tutto penso fuorché al cazzo o alla minchia.
    E uso i termini volgari per commentare anche ciò che scrive Ettore: proporre di usare termini sessuati per i ruoli rivestiti dalle donne e dagli uomini non significa rivedere la struttura sessuata in due generi della lingua italiana, né interrogarsi sul perché il tavolo è machile e la sedia femminile, nemmeno sul perché il cazzo è maschile e la minchia femminile (!). Significa solo interrigarsi sul significato di alcune operazioni linguistiche promosse da chi ha il potere e i microfoni: se ancora dico l’operaia, voglio poter dire anche la ministra; se non dico più il signorino, volgio renedere osoleta anche la parola la signorina. Questo perché abito una società che si dice democratica e impegnata a sviluppare le pari opportunità–per tutti, non solo per le donne, infatti io combatto anche contro chi da regolarmente del tu a mio marito e straniero (anche se cittadino italiano) e del lei a me. La maggior parte delle parole maschili usate per i ruoli ricoperti da donne a mio parere denotano una distinzione di classe, di casta, di privilegio, ancor più che di genere. E’ quell’1% che vuol distinguersi dal 99%, anche con la lingua, oltre che col reddito. Il mio modo di fare politica è fare cultura. Cambiare la parole che non sono per tutti è il mio Occupy Wall Street, se volete uno slogan. Quanto all’Accademia della Crusca, credo debba stare al suo posto. Ripeto: nessuno, né i dizionari né l’Accademia — e io lotto perché non lo facciano tanto meno i giornalisti — ha il diritto di dettare la lingua. La lingua la fa chi la parla, i dizionari e l’Accademia registrano i dati. Mi sento di vivere in un paese che è parlato dai media e vorrei invece vivere in un paese in cui lo scambio tra persone avviene con una lingua gestita in autonomia e libertà.
    Infine il confronto con l’inglese: una lingua non sessuata cone l’inglese rende solo apparentemente più facile l’eliminazione del retaggio patriarcale. Invece che aggiungere desinenze femminili là dove erano solo maschili, in inglese negli ultimi 30 anni si sono proprio cambiate le parole con un’attenzione e un’operatività che ci fa sentire dei dinosauri in quetsa battaglia davvero di retroguardia rispetto al cambiamento sociale. Per esempio, si è coniato Ms per non distinguere più tra Mrs e Miss; si dice flight attendant per non ricorrere a hostess il cui doppio senso era ormai imbarazzante, si dice chair o chairperson per non dire chairman di una donna o non appesantire la lingua con la distinzione chairman e chairwoman. Si può fare tutto questo e si può far sì che tutto questo sia riconosciuto. Ormai sono anni in accademia che se in inglese scrivi un saggio usando l’Uomo anziché le persone o la genet o gli esseri umani, se usi la terza persona singolare maschile per intendere anche il femminile semplicemente non ti pubblicano. E’ solo deprimente provincialismo che molti nell’accademia italiana ancora non lo sappiano e facciano a di poco delle figuracce ogni volta che aprono la bocca in inglese. Sì, in riferimento a Hillary Clinton va tradotto Segretaria di Stato, non Segretario–ci metto la faccia! Provate a chiederlo a lei.

  3. Ritengo molto giusta l’osservazione di Chiara sulla funzione antidiscriminatoria dei termini inglesi (mi verrebbe voglia di aggiungere: ch’essi servano almeno a qualcosa!). Quanto al ricordato processo naturale di adeguamento della lingua alle modifiche sociali e culturali, non ho certo dubbi né sulla sua esistenza né sulla sua forza. Ne ho invece sulla sua velocità, essendo ben nota la lentezza che caratterizza , di norma, il fenomeno dell’innovazione linguistica.
    Perché, allora, non tentare di accelerare il processo di cui sopra, ad esempio approfittando del fatto che l’Accademia della Crusca è oggi presieduta da una donna? Si potrebbe chiederle di dibattere da par suo il problema delle discriminazioni linguistiche M/F, con l’obiettivo di emanare poi pubbliche “raccomandazioni”, rivolte soprattutto a Parlamento, stampa e TV.
    I vostri movimenti ci hanno pensato? O magari l’Accademia se ne sta già occupando?
    C’è qualcuno -mi correggo: qualcuna!- che possa e voglia rispondermi? Grazie in anticipo.

    • Certo Ettore, anche questa è un’idea. Il punto è che già a suo tempo – parliamo di quando Alma Sabatini pubblico il suo testo per le Pubbliche Amministrazioni – l’Accademia fece presente che i cambiamenti non si posso imporre ma suggerire. Sul punto chiedo a chi è più competente di me di intervenire in maniera più completa. Magari Giovanna Covi?
      Tuttavia quell’assunto io lo condivido, siamo in democrazia nel bene e nel male. Per far ragionare e cambiare la forma mentis delle persone bisogna a mio avviso partire dalla rete delle relazioni interpersonali, fa “passare” il messaggio nella maniera più efficace che conosco, l’esempio. In ogni caso anche le istituzioni cominciano ad essere “presidiate” e chiamate ad una risposta corretta e congruente rispetto al tema. La stampa ci ha invece, fino ad ora, mostrato disinteresse…nel migliore dei casi.
      Bravo che ti sei corretto: lo vedi che basta poco? Ma quel poco accade dentro di noi.
      Un abbraccio e buona domenica!

  4. E’ stato interessantissimo il Caffè di giovedì scorso e la tematica affrontata. Profondamente rivoluzionario quello che ha detto la (mia ex-) prof.ssa Covi, ossia: “La lingua in fondo la fa chi la parla, no?”. Questo significa che, nel nostro piccolo, possiamo davvero cambiarla e adattarla per farla meglio aderire alla nostra realtà mutevole (…ho un unico dubbio: il femminile di “architetto”?!?..:) )
    Una seconda considerazione alla quale il Caffè mi ha portata a riflettere è questa: forse i termini inglesi, che hanno invaso prepotentemente la nostra bella lingua, un vantaggio lo hanno, ossia quello di stemperare democraticamente le discriminazioni relagando tutti, uomini e donne, in un unico corpo asessuato. Qualche esempio: Manager invece di Direttore/rice, Lecturer invece di Ricercatore/rice, Accountant invece di ragioniere/a, Lawer invece di avvocato/essa…
    Questa è la dimostrazione che la lingua segue le mode e che spetta quindi a noi (donne e uomini, uniti nella stessa battaglia) proporre una nuova moda che sia ancora più “fashion”!
    Chiaraoclock

    • Architetta fa un po’ ridere, davvero; con tutto il rispetto per la professione, ma immagino che riusciremo a non accorgercene più, un po’ alla volta.
      Grazie Chiara del tuo prezioso contributo alla discussione. 😉

  5. Nella perdurante assenza di commenti femminili al testo pubblicato, che pur verte su un problema -quello della discriminazione linguistica- di notevole importanza per le donne (nonché per gli “uomini di buona volontà”), mi permetto di rompere io il ghiaccio in argomento.
    A mio avviso, la battaglia linguistica, da tempo avviata un po’ dappertutto dai movimenti femminili, risulta in Italia sicuramente più difficile ed impegnativa che altrove:
    -sia perché, come il vostro testo ben sottolinea e lamenta, sono ancora tante le italiane che “preferiscono il titolo al maschile” (con risultati talora stranianti, come nel noto caso de “IL DIRETTORE” di un giornale, che giustificò la sua assenza spiegando che “a quell’ora doveva allattare!”);
    -sia perché la lingua italiana ricalca più di ogni altra il latino, il quale -è risaputo- assai poco si preoccupava di far coincidere genere grammaticale e genere sessuale (al punto che l’organo maschile, “mentula”, era di genere femminile, mentre l’organo della donna,”cunnus”, era grammaticalmente maschile).
    Ricordo comunque che “battaglia” è in italiano parola di genere femminile e che pure femminile è la parola….”vittoria”! Auguri.

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