Considerazioni ‘sui generis’ sul linguaggio di genere

Il linguaggio ‘italiano ‘ di genere è veramente un terreno accidentato.

Il retaggio latino ci ha portato una lingua, femmina, molto virile.

I dialetti regionali ci ridonano spesso, oltre al sorriso, anche una specie di giustizia sessuale e quindi l’Italia del sud denomina l’organo di riproduzione maschile al femminile e viceversa.

La consapevolezza di un popolo passa anche per la sua consapevolezza linguistica.

Le lingue che offrono il neutro ci sollevano e ci agevolano, ma anche no.

In Svizzera, dove le lingue ufficiali sono quattro e dove le origine romanze si mescolano a quelle germaniche si supera ogni umana immaginazione e confusione.

Quando nel 2005 Angela Merkel fu eletta cancelliera della Germania, il Corriere del Ticino, dovendo riferire dell’evento, designò la neoeletta in almeno cinque modi diversi: «la prima cancelliere donna», «la prima donna cancelliere», «il cancelliere Angela Merkel», «il capo dell’esecutivo e primo cancelliere tedesco originario dell’est ex comunista», «la nuova cancelliera».

Insomma la fantasia degli svizzeri italiani non poteva essere tollerata per troppo tempo e così la precisione teutonica di una loro parte ha cercato di ingabbiare tutto, nel gennaio di quest’anno, in una bella Guida (che non è una strappona elvetica) al pari trattamento linguistico di donna e uomo nei testi ufficiali della Confederazione.

Insomma è uscito di tutto e di più: lo ‘sdoppiamento integrale’, lo ‘sdoppiamento contratto’, i ‘termini collettivi’, le ‘formulazioni passive’, le ‘formulazioni impersonali’, le ‘soluzioni di fantasia da evitare’ ( ahahha e te pareva), il ‘maschile inclusivo’, i ‘termini epiceni’, un vero delirio di masturbazione burocratica.

Non so come ma anche un po’ meno consapevolezza a volte non guasterebbe.

 

6 comments

  1. Non intervengo per esporvi la mia opinione in argomento: rischierei soltanto di riscrivere (peggio!) quanto già efficacemente scritto da Giovanna, nel cui Commento mi riconosco ‘in toto’.
    Mi limito pertanto ad osservare, ai margini del dibattito, che forse l’Italia non si dà e non svolge alcuna ‘politica linguistica’, perché nel subconscio nazionale aleggia ancora l’imbarazzante ricordo del periodo fascista e della sua grottesca ‘politica’ di italianizzazione forzata della toponomastica e del lessico in generale. Francia, Canada ed altri Paesi (tra i quali -apprendo ora con piacere- anche la vicina Svizzera), non avendo siffatti complessi, ritengono giustamente che sia diritto/dovere di uno Stato democratico (non fascista!) combattere le discriminazioni in ogni campo, compreso quello del linguaggio.
    W la Svizzera, dunque! E W anche il suo orologio a cucù, se capace di … darci la sveglia!

    • Vero!
      Ogni operazione di politica linguistica e di regolamentazione coatta di fenomeni naturali è un arbitrio che la società civile a volte deve prendersi ma è pericolosissima. Il fatto che certi usi si insinueranno spontaneamente nella parlata quotidiana sarà ancora poi questione oltre che di consapevolezza, per la quale noi sicuramente ci battiamo, anche di sensibilità, istruzione, gusto personale e influenza che i media, come la tv o la rete, hanno avuto e continuano ad avere, ahimè, più della scuola, nell’appiattimento ed impoverimento della lingua:
      Pensiamo alla fine del congiuntivo, all’uso del turpiloquio non circostanziato ecc.
      Il gruppo Fb delle ‘Ragazze che trovano sexy il congiuntivo’, o quello ‘Che fine ha fatto l’apostrofo’ sono appunto una dimostrazione che una certa ‘politica linguistica’ migliorativa e democratica passerà anche dai social network.
      Comunque insisto, non prenderei ad esempio gli Svizzeri :-))

  2. carissime ….mi piace molto l’idea della “traduzione” di mondi…al momento qui mi sembra che siamo tutt* abbastanza alien* gli uni con le altre e viceversa. Ma si può migliorare.
    La burocrazia è la stessa di cosa di un ictus per il cervello di un normale pensante, ciò nonostante, con coraggio e competenza si può ricondurla ad essere quello che realmente è: un modo di organizzare la realtà. Invece di solito viene utilizzare per impedire il cambiamento. Anche qui si può migliorare!

  3. non per citare sempre Welles e il suo orologio a cucù (In Svizzera, con cinquecento di amore fraterno, democrazia e pace cos’ hanno prodotto? L’orologio a cucù) ma certe volte difendere la burocrazia del linguaggio mi è un po’ difficile. anche a.me.. saranno le mie origini toscane?
    .

  4. Dubito che meno consapevolezza aiuti, in qualsiasi circostanza. A meno che non si voglia promuovere l’opinione che gli stolti al mondo ci stanno meglio dei pensanti. La realtà è complessa, plurima, distorta, arzigogolata e ingarbugliata–per tutti questi motivi è ricca ed entusiasmante, piena di vita. Per dirla abbiamo a disposizione lingue diverse, alcune sessuate altre no, alcune con nessuno, alcune con 2 o 3, altre con più di 3 generi, ma tutte con la possibilità di segnalare attraverso i pronomi o altri indicatori le principali differenze che caratterizzano la nostra umanità. Le parole al meglio si accostano alla realtà, mai riescono a dirla nella sua interezza e spessore. E’ compito di chi parla affinarle, avvicinarle il più possibile alla ricchezza della vita vissuta. Solo così quando pensiamo–consapevolmente–alla vita vissuta, possiamo sperare che il nostro pensare fatto di parole possa mutare i nomi in verbi, le parole in azioni, per incidere sulla realtà, invece che solo per descriverla.
    Non mi sembrano masturbazioni burocratiche le riflessioni svizzere in tre lingue su come praticare questo esercizio, che si rifletta su termini eponimi in un mondo in cui la bisessualità è una pratica riconosciuta mi pare solo adeguato. Percepisco più come masturbazione intellettuale l’acrobazia di chi scrive, in italiano, un intero articolo di giornale su un soldato che all’ultima riga si scopre essere una soldata. Nascosta sotto il nome di soldato mi chiedo se quella donna abbia potuto godere il privilegio di indossare un giubbotto antiproiettile modellato sul suo corpo o invece su quello di un maschio che calzerà sicuramente troppo stretto sul seno e troppo lungo sui fianchi. Usare termini il più possible precisi ha anche effetti pratici positivi. E non costa molto, non serve nemmeno imparare le classificazioni dei linguisti.

    • Spero Giovanna si sia colto, comunuqe, il tono volutamente leggero su una questione così intricata ed importante.
      Condivido i tuoi pensieri, ma penso veramente a volte, anche in buona fede, si rischino delle aberrazioni.
      Inoltre ogni lingua riflette un modo di rappresentarsi e rappresentare il mondo e la situazione svizzera, dove la pariteticità dei documenti ufficiali pone continuamente di fronte anche alla questione della traduzione, non solo di termini ma di mondi e modi di concepire l’esistenza, come accade anche in Alto Adige, mi pareva ben rappresentativa.

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