Tu lavori qui?

by AnnaG o’clock

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L’altro giorno è successo. Ancora. Io e mia figlia stiamo scegliendo dei vestiti insieme e si avvicina una signora qualsiasi ben disperata di non trovare una commessa e si rivolge direttamente a lei: tu lavori qui?

Io non so se a me con mia madre sia mai capitata una cosa  del genere. Certo mia figlia è molto più decisa di me sui capi da scegliere e comprare, molto disinvolta, tira fuori dagli scaffali capi di abbigliamento che io non capisco nemmeno come si infilano….parla velocissima come tanti adolescenti e mi tratta con condiscendenza, attenuata dalla consapevolezza che sono ancora io a pagare.

Come tanti, forse tutti i genitori adottivi, anche io sono molto sospettosa nei confronti delle attenzioni di altre persone. In realtà, chiunque si interessi di me e delle mie figlie e non faccia parte di un ambiente di frequentazione abituale, mi innervosisce.

Non mi sono ancora abituata alle  reazioni di fronte alle nostre differenze somatiche.

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Nel tempo siamo passati dalla comunicazione della sorpresa, quasi incredulità per il fatto che viste camminare insieme, da lontano, ci somigliamo, alla domanda: ma da chi ha preso quelle labbra sua figlia che né lei nè suo marito…. Poi ci sono le scuse: la sto fissando signora perché  lei non somiglia affatto a sua figlia! Per arrivare a chi vede e non riconosce una madre ed una figlia che fanno spese insieme. Soltanto l’anziana ed un poco stranita assistente del nostro dentista ci festeggia sempre ed é convinta che le nostre figlie abbiano “tagliato la testa al padre….” Magari lei ne sa più di noi.

Poi ho familiarizzato con l’idea che per la loro provenienza le nostre figlie sappiano ballare e cantare – sono portate! – siano molto espansive e calorose per natura, nonché sessualmente precoci. Spesso affiora, anche contro la nostra volontà e razionalità, l’idea che gli altri ci considerino una famiglia artificiale, magari difettosa.  Quando la differenza somatica viene evidenziata è per sottolineare l’assenza del legame di sangue, la cui mancanza ci colpisce come un boomerang sempre quando crediamo di essercene finalmente liberati.

Mi turba molto il fatto che una sconosciuta scambi mia figlia  per una commessa.

Quando ci ripenso minimizzo,  ma sono convinta che c’è ancora molto da costruire nella mentalità corrente su come sono fatte le famiglie.

 

3 commenti

  1. mi hai fatto venire in mente un vecchio film di Troisi che quando diceva che era napoletano tutti pensavano che fosse emigrante e non semplicemente un turista al nord…ma non ho capito se la scambiano per commessa perché é svelta, carina e di colore o per disperazione incolpevole dovuta alla scarsitá di commessi ormai in tutti i negozi…e ci si aggrappa …
    Che dire poi del termine figlioccia? terribile! ma si usava …oppure affiliata? no , sa di cosca mafiosa…ma la vecchia storia che siamo figli di dio che ci ha fatti a sua immagine e somiglianza forse ha il suo peso, visto che la somiglianza somatica tra voi non c’è..

  2. sì c’è moltissimo da fare sulla revisione dell’immagine delle famiglie, sui nuclei che vivono sotto lo stesso tetto e non volgiono nemmeno chiamrsi famiglie, oltre che sulle famiglie di tipo non tradizionale. Il problema delle commesse (pochi dei commessi) però mi pare il pretesto meno adatto per parlare di ciò: è un lavoro precario, sottopagato e affidato in base all’età e al look non certo alla qualificazione Basta entrare anche senza filgie in un negozio qualsiasi er incontrare sì un sorriso ma poco più. Chiedere che si mostri la merce non fa parte più delle loro mansioni; i clienti la merce la prendono da soli e la ammucchiano, e commesse la ripiegano. Chiederne la qualità lasciamo perdere, non vorremo mica che sappia se è di lana o di plastica? Quanto al riconoscersi è proprio impossibile perché le commesse scelte per il loro look sono per lo più modelle e indossano gli abiti che vendono. Per lo più dicono a me che ho sessant’anni “prendila che sta bene a anche a me, guarda!” (sì, danno inesorabilmente del tu e ti fanno comprare quel che sta bene a loro, le modelle, proprio come la pubblicità. Sono dei corpi giovani usati per vendere mercanzia. Vecchia storia. Qui c’è da fare un lavoro profondo sui ruoli sessuali oltre che sulle famiglie!

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