Quote rosa?#2

By AnnaGo’clock

Viviane Reding

«Di questo passo ci vorrebbero più di 40 anni per raggiungere un significativo equilibrio fra donne e uomini: cioè almeno un 40% di presenze per entrambi i sessi» Viviane Reding,  Bruxelles, marzo 2012   

A proposito delle quote rosa molti uomini intelligenti e amici delle donne spesso propongono un ragionamento di questo genere: sono contrario alle quote rosa perché una donna non ha di base nulla di meno rispetto ad un uomo e non è quindi necessario favorirla. Quindi le quote rosa non solo sono assolutamente inutili, ma pure pericolose ed alla fine discriminatorie. Il ragionamento, infatti, arriva a concludere che se poi l’uomo è il più meritevole ma ci sono le quote rosa, il posto finisce ad una donna anche se meritevole non lo è.

In realtà le quote non sono un limite per la meritocrazia ma, all’opposto, possono e devono essere pensate e vissute come

un’occasione per affermare il vero merito (vale a dire per assicurare, a regime, che sia favorito chi effettivamente lo merita) e  per accelerare, almeno temporaneamente ed insieme alle altre misure di rimozione degli ostacoli che incontrano le donne nel candidarsi ai posti di vertice quel cambiamento culturale che sarebbe così importante per lo sviluppo anche del settore pubblico del Paese.”

Si parla di questo meccanismo perequativo (leggi: vantaggi a favore di un sesso sottorappresentato) come se esistesse la possibilità di non ricorrervi, come se ancora dovessimo scegliere se introdurle o meno. Ma in realtà non è così. Vi sono precisi, e come si dice in gergo cogenti, indicazioni normative, che senza dubbio si accompagnano allo sconcerto, al dubbio ed alla valutazione della possibilità di evitare di attenervisi mettendone in discussione l’utilità. Però  le norme ci sono. I principi generali del nostro ordinamento  a sostegno delle carriere pubbliche femminili sono già di per sé compatibili con interventi più decisi nella direzione di una maggiore rappresentatività del genere femminile.

Le quote rosa – odio che le abbiano chiamate rosa, non potevano semplicemente chiamarle quote, o quote donna? – possono piacerci o meno, farci sentire bene o male, ma francamente non trovo interessante, né utile argomentare su questo.

Il punto critico è un altro. Il ritardo della politica, del mondo imprenditoriale e universitario e della pubblica amministrazione nella rappresentanza femminile è grave, e sembra di capire che finalmente la società civile, il mondo politico ed economico, si stiano interrogando seriamente sul come garantire un maggior accesso delle donne nei luoghi decisionali delle società e delle istituzioni. L’argomento principale a favore si fonda sulle potenzialità e sulle competenze delle donne, “sfruttare” tutte le competenze possibili perché siamo in crisi e “tutto fa brodo”.

In verità, però,  lo scopo delle quote è quello di formare una “massa critica”, cioè una presenza paritaria di donne nei vertici e non solo negli uffici del settore pubblico e privato, in ogni campo  ed organizzazione ed eliminare il cosiddetto  gender gap (divario di genere) garantendo effetti a lungo termine sul mercato del lavoro. Perché sono gli attuali  meccanismi di selezione dei vertici, spesso per cooptazione, che finiscono per privilegiare gli uomini.  Quindi appare necessario mettere dei vincoli  alla discrezionalità di chi effettua le nomine ai vertici, magari imponendo un obbligo di motivazione.

uomo con il monocolo

Oppure temiamo di venire a scoprire che la scelta del candidato uomo è stata fondata esclusivamente sul merito di non restare incinto, non  allattare e non assentarsi da un momento all’altro perché i figli sono malati o hanno la recita di fine anno?

I dati sulla presenza delle donne ai vertici del settore pubblico sono sconfortanti in tutti i settori: sono donne soltanto:

1) nelle università: il 17,6% dei professori, contro il 45% di ricercatrici;

2) nella sanità: il 12,3% dei primari, contro il 37,1% di donne medico;

3) nella dirigenza pubblica: il 39% dei dirigenti, ma la percentuale scende al 23% se si guarda agli incarichi di prima fascia: si pensi ad esempio che nessun dirigente di prima fascia nei ministeri della Difesa e dell’Ambiente è una donna.

E perché parliamo di vertici e non di sportello delle poste, banco della salumeria e cassa del supermercato, oltre ai soliti asili e scuole elementari e medie?

Perchè è ormai dimostrato che l’incremento della quota di donne al vertice di un’organizzazione ha effetti benefici sulla sua performance: secondo un noto studio della McKinsey le società italiane, quotate e non quotate, nelle quali è donna almeno il 20% del top management, hanno ottenuto nel triennio 2007-2009 una redditività superiore alle società che hanno meno del 20% di presenza femminile al vertice; e l’utile operativo delle imprese con più donne al vertice è del 56% superiore a quello delle imprese dominate dagli uomini.

Quote-rosa divieto 1

E se sono le donne stesse a non “voler essere una quota rosa”, suggerisco loro di riflettere meglio sulla realtà della loro attuale posizione di discriminazione e sull’aiuto involontario (o meno) che noi donne forniamo credendo di combattere in nostro favore e per la nostra dignità. Ricordate Erica Jong quando diceva che la schiava migliore è quella che si frusta da sè?

Le quote rosa sono presenti in tutto il mondo e toccano circa 100 nazioni. ci sono  persino in India. Donne indiane

 Nel distretto rurale del Bengala Occidentale  dal 1993 una legge ha riservato posizioni di leadership alle donne, nei consigli di un terzo dei villaggi della regione.  Dopo 18 anni dalla promulgazione della legge di cui sopra, sono stati intervistati 8.400 adolescenti tra gli 11 e i 15 anni, sia maschi che femmine, e i loro genitori in 495 villaggi diversi del distretto di Birbhum (che dista 200 km da Calcutta). Gli esiti sono stati sorprendenti. Nei villaggi in cui per due mandati consecutivi è stata votata come leader una donna, il gender gap è stato inferiore del 25% rispetto a quello dei villaggi che non riservano posti di potere alle donne e il divario tra le aspirazioni dei ragazzi e quelle delle ragazze è risultato inferiore del 32%.

Può bastare per cominciare a pensare alle quote di genere in modo diverso?

pubblicità offensive contro le donne

McKinsey & Co., Women at the top of Corporations: Making it Happen, 2010; citato nel Convegno promosso dall’A.G.D.P. e dall’Osservatorio Donne nella PA il 15 dicembre 2010 dal titolo: “Donne e P.A. Il Management femminile come risorsa nel settore pubblico e nel settore privato”.

 

5 commenti

  1. Porgo in questo box di commento dove ci si occupa specificatamente del sociale la mia domanda, invocando le parole chiave di WOMENOCLOCK, Autostima Dignità Responsabilità Ironia Poesia:
    Womenoclock aderisce a V-DAY e con quali modalità?
    Per dire BASTA VIOLENZA CONTRO LE DONNE E LE BAMBINE, perché le donne imparino ad autostimarsi e così prevengano la violenza rifiutando l’umiliazione; perché si battano per la propria dignità e così rifiutino qualsiasi rapproto anche d’amore che la nega; perché UN MILIARDO di persone nel mondo assuma la responsabilità di agire in solidarietà con UN MILIARDO di donne e bambine che nell’arco della loro vita sono vittime di violenza; per por fine alla violenza contro le donne e le bambine con l’ironia di un V-DAY che sa unire Valentino (amore) con violenza, vittoria e vagina; per dirlo con la poesia del corpo attraverso la danza perché è del corpo femminile che rivendichiamo la sicurezza, la libertà e la bellezza.

  2. Nel dubbio quote rosa sì-quote rosa no, possiamo dare un’occhiata ai norvegesi che invece di perdersi nelle teorie e ideologie e parole, hanno applicato per bene le suddette quote. Risultato? Sempre Viviane Reding ci dice che la presenza femminile ai vertici delle imprese norvegesi era del 3% nel 1993, 7% nel 1993, e adesso è al 42%!!!!!
    Io direi: smettiamola di frustarci e applichiamo le quote subito!

  3. definizione orribile ‘rosa’, mi viene l’orticaria…anche ‘gli amci uomini’ mi fa sorridere, hai ragione a chiamarli così..perchè poi c’è l’indifferenza e da lì alla prevaricazione è fatta..ancora lunga la strada

  4. vorrei dire che a volte si creano troppe aspettative quando una donna va al vertice di qualcosa, vedimministra Fornero che alla fine allunga l’etá pensionabile alle donne stesse, con la scusa che é piú discriminatorio lasciarle a casa presto quasi qqcostringendole cosí a lavorare per le cure parentali , é in parte vero , ma adesso ci troviamo di fronte a donne abbastanza anziane che devono continuare a fare i due lavori per sopperire alle carenze strutturali che sostengono la famiglia e che non sono ancora state approntate…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...