All’alba Shahrazàd andrà ammazzata

by Silkoclock

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Non mi sono mai piaciute molto neanche da bambina le fiabe classiche. Nemmeno nelle trasposizioni dei cartoon della Disney. Troppo cupe e tristi.

Mi sono sempre piaciute invece le fiabe orientali, forse perché uno dei primi film che ci fecero vedere alla scuola elementare fu La Rosa di Bagdad, un vecchio cartone animato italiano del dopoguerra.

Ero affascinata dai bellissimi giardini fioriti di Baghdad, dalle cortesie e dall’affabilità dei buoni più che dalle malvagità e dalle ipocrisie dei cattivi, dalle magiche risorse del Genio della lampada.

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Così le fiabe per me sono quelle de Le Mille e una notte, con i profumi speziati e i colori vivi dell’Oriente,  le mercanzie, le carovane e i tappeti preziosi, con Ali Baba e Aladino. Atmosfere esotiche ma familiari, fantastiche ma concrete di mercati e vicoli pieni di gente, di città infondo non tanto differenti dalla mia.

Ma la preferita è sempre stata la figura di Shahrazad, la raccontatrice, non molto dissimile dalle figure femminili bibliche, che ci narravano reali e che ci raccontavano al catechismo. Mi trasportava in un mondo dove la parola è già questione di vita o di morte, dove essere donna è un precario equilibrismo che va vissuto con precauzione, dove solo la scaltrezza di una donna è l’attiva artefice della propria salvezza e di quelle delle altre donne.

Sherazade[1]

Certo la Baghdad di oggi, attraversata dalle guerre, non è la città sognata da bambina. Ma la saggezza dei suoi abitanti, delle sue donne, anche se ferita, può essere tanto mutata?

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