Intervista a Martina Dei Cas autrice di ‘Cacao Amaro’

by Shewolfoclock

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Martina, di cosa ti occupi?

Sono al terzo anno di Diritto Internazionale presso la Facoltà di Giurisprudenza di Trento.

Dove vivi e quanti anni hai?

Vivo ad Ala in provincia di Trento e ho 21 anni (ancora per poco!).

Cacao Amaro è il titolo del tuo libro, come è nato e di cosa parla?

Cacao Amaro (ed. Miele 2011) è nato dopo una breve esperienza di volontariato a Waslala, in Nicaragua nel marzo 2011 con l’obiettivo di raccontare le contraddizioni di questo Paese centroamericano, dove le case hanno la tv al plasma e il pavimento sterrato, dove a scuola molto spesso si va solo il sabato e la domenica, perché durante la settimana bisogna lavorare per mantenere la famiglia, dove la sanità è un lusso per pochi, dove nonostante le numerose difficoltà c’è sempre un sorriso per tutti.

Il libro è una sorta di romanzo corale. Racconta la storia di Viana e della sua famiglia, dall’infanzia all’età adulta, intrecciandola con le vicende della sua cittadina e del Paese.

Sei una giovane donna che ha sentito la voglia di andare a fare un’esperienza particolare in un paese di cui in questi tempi non si parla più molto, in che maniera sei arrivata a questo?

Fin da piccola sono sempre stata molto curiosa e desiderosa di conoscere e confrontarmi con culture diverse dalla mia. Penso che viaggiare e scoprire realtà differenti possa aiutarci a capire i nostri limiti e magari a spostarli di volta in volta un po’ più lontano.

Sono partita con il progetto Giovani Solidali, organizzato dal Comune di Rovereto, dalla Provincia e dal CFSI di Trento. L’obiettivo era, dopo un’interessante formazione in aula, quello di osservare da vicino l’operato di un’associazione trentina attiva in un Paese lontano. Io sono stata ospite di Italia-Nicaragua che a Waslala gestisce un Istituto Agrario, nonché varie pastorali relative all’istruzione scolastica di base e alla salute.

Cosa hai trovato lì?

Ho trovato tanto povertà, ma anche dignità e voglia di riscatto. Ho scoperto un Paese a due velocità, dove le poche strade asfaltate sono percorse da carretti trainati dagli asini e tra le baracche di lamiera sventolano gli stendardi per il concorso di Miss Nicaragua. Ho conosciuto bambini che vivevano in baracche di legno in mezzo a prati verdi circondati dal nulla e all’inizio ho avuto paura di chiedere loro che cosa volessero fare da grandi, essendo ovvio che i maschietti avrebbero presto seguito il papà nei campi e che le bimbe a tredici anni probabilmente sarebbero state già mamme. Eppure mi sono dovuta ricredere: c’erano aspiranti maestri, calciatori, poliziotti, cantanti, segretarie…davanti a me c’erano dei piccoli sognatori, come solo i bambini di ogni parte del mondo hanno ancora il coraggio e il diritto di essere.

E ancora una volta mi sono resa conto che solo con l’istruzione si può provare a cambiare il presente, per garantire ai grandi di domani un futuro migliore.

Come vivono le donne in Nicaragua?

Essere donne in Nica, ma guardando i nostri tg direi anche qui, è al contempo una benedizione e una maledizione. Ufficialmente si hanno gli stessi diritti degli uomini, ufficiosamente si hanno molti doveri.

Molto spesso in America Latina le famiglie sono monogenitoriali.

Soprattutto nel contesto rurale a undici- dodici anni si smette di andare a scuola per mancanza di fondi e di strutture.

Le bambine affiancano la mamma nei lavori domestici: aiutano a fare il bucato al fiume, badano ai numerosi fratelli, cucinano…poi quando hanno quattordici quindici anni si sposano e a loro volta diventano mamme di bambini a cui pur desiderandolo con tutto il cuore, non sono in grado di garantire un futuro migliore.

Non lavorando inoltre le donne sono costrette a vivere in una situazione di fortissima dipendenza economica e a sopportare il machismo in tutte le sue tristi pieghe.

Laddove la disoccupazione e il malcontento sono alti è facile infatti sfogarsi su chi non ha la forza di ribellarsi.

A questo si aggiungono i mariti che si danno alla macchia, attratti dall’El Dorado statunitense e poi si perdono per strada, lasciando la famiglia senza forza lavoro, senza risparmi e quindi senza speranze.

Così si iniziano a vendere gli animali, la radio, i vestiti, a non pagare la retta della scuola, a cercare lavori di fortuna per i bambini, a vivere in una baraccopoli di periferia…

Sei entrata in contatto con loro?

Si, e devo dire che per fortuna non ci sono solo storie tristi da raccontare. Un esempio secondo me molto positivo è quello delle parteras, queste arzille signore anche un po’ su d’età che nelle proprie Comunità sono ostetriche, infermiere, psicologhe, consigliere.

Con la pioggia o con il sole si fanno anche otto- dieci ore di cammino, infradito di plastica ai piedi e zaino in spalla per venire in città a comprare i medicinali per tutti…e quando tu chiedi loro se siano pagate o volontarie loro rispondono “Nessuna delle due, stiamo semplicemente effettuando un servizio per la nostra Comunità; magari un giorno dovremmo vangare l’orto e il favore ci verrà ricambiato, altrimenti pazienza…abbiamo fatto solo il nostro dovere”.

Quale ti pare possa essere la loro maggiore urgenza?

L’ISTRUZIONE: lo scrivo a caratteri cubitali, ma penso che sia l’unica arma in grado di convincere queste ragazze che non sono numeri, ma persone con la propria individualità e il proprio valore.

Vorrei che imparassero a cavarsela da sole e a capire che se un uomo ti ama davvero non può chiederti di non lavorare più nè maltrattarti.

In cosa trovi un loro punto di forza?

Nella loro determinazione, nel sorriso buono che riservano sempre al prossimo e nella speranza che ripongono nei loro figli.

Ho visto venditrici di tortillas con le braccia distrutte e il corpo deformato dalla povertà alzarsi alle cinque di mattina ogni giorno e lavorare senza sosta, pur sapendo che magari solo uno dei sette figli potrà andare a scuola.

Penso che sia notevole questa voglia di lottare non solo per sé stesse, ma anche per il Paese dei tuoi avi e dei tuoi posteri.

Che cosa ti senti di consigliare  alle tue coetanee che vorrebbero fare un’esperienza simile alla tua?

Di essere sé stesse, sempre. Nei Paesi al di là del mare la sincerità paga. Siamo nate fortunate e penso che non abbia senso nasconderlo. Quello che conta davvero è sfruttare tutte le potenzialità che l’Occidente ci offre per aiutare chi è meno fortunato. Questo non significa dargli il pesce, ma insegnargli a pescare da solo; anche se la strada è tutta in salita.

Che cosa è richiesto come caratteristiche personali ed interessi ad una persona che volesse fare quello che hai fatto tu? 

Non lo so, penso che ogni persona sia diversa e che un’esperienza come questa segni ciascuno in modo differente. L’importante è non smettere mai di parlare, di raccontare, di porsi delle domande e di cercare dele risposte.

Ti ringraziamo davvero e siamo felici che ci siano ventunenni così!

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