Indizi di vita

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Non sempre la riproduzione è stata sinonimo di sessualità. Per millenni le cellule si scindevano in una sorta di autoriproduzione di sé stesse: non occorreva partner!

Questo e altri curiosi esempi hanno raccontato giovedì a Trento l’attrice Lella Costa e la biologa Claudia Bordese  in “LA VARIA INTIMITA’. Tante specie, molti approcci”, incontro a cura del Museo delle Scienze, Mart, Biblioteca Comunale e Opera Universitaria. Lo spunto era il libro  “Sesso selvaggio” della Bordese, che parla della varietà della sessualità negli animali.

Inevitabile il rifermento con noi umani. Ed ecco che il discorso tocca la diversità uomo/donna.

Come ad esempio trasformare una carenza in un vantaggio? E’ quello in cui è riuscito il maschio della nostra specie. In tutto il resto del mondo animale la maternità è considerata centrale e connotata da speciali attenzioni, la femmina sceglie con attenzione il proprio partner, è lei che esprime la preferenza. Nel mondo degli uomini e delle donne la maternità è finita per essere equiparata a una malattia, a un handicap… a tutto vantaggio del ruolo predominante del maschio nella società.

Perfino parole ostiche come ‘mestruazione’, ‘menarca’, ‘menopausa’ ci suonano ostili già nella pronuncia e ci prospettano privazione e limitazione.

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Invece quanta diversità fra i nostri simili animali:

–          le leonesse che anche da vecchie e non più nella fase dell’utilità riproduttiva hanno un ruolo fondamentale di coesione del branco e di trasmettitrici di esperienza;

–          i bonobo, simpatici scimpanzé cantati anche da Caparezza (nella canzone ‘Bonobo Power’), che risolvono i conflitti attraverso le coccole e la disponibilità sessuale;

–          i piccoli pesci maschi che esaurita la loro capacità riproduttiva si suicidano…

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L’immaginario sessuale maschile della nostra specie, da quando siamo diventati bipedi, si nutre della fisicità femminile, seni, glutei, labbra che le donne hanno sviluppato per attrarre, là dove nel regno animale è più spesso il maschio ad esibire ed esibirsi, con code come i pavoni e i fagiani, corna come il cervo, richiami come gli uccelli.

Dal mondo animale dovremmo davvero anche noi donne imparare a recuperare fiducia nella nostra fisicità sottomessa, anche quando il momento riproduttivo è finito, far valere la nostra peculiarità umana per cui attraverso la cultura le esperienze possono passare e essere condivise da persona a persona, in una fase importante della vita.

Altri consigli di lettura sono venuti da Claudia Bordese e Lella Costa, tra cui La moglie del mondo,  di Carol Ann Duffy e questa bella poesia, L’Amore Felice di Wislawa Szymborska:

Un amore felice. E’ normale?
è serio? è utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo?
 
Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,
i primi qualunque tra un milione, ma convinti
che doveva andare così – in premio di che? Di nulla;
la luce giunge da nessun luogo –
perchè proprio su questi e non su altri?
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò infrange i princìpi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.
 
Guardate i due felici:
se almeno dissimulassero un po’,
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono – è un insulto.
In che lingua parlano –
comprensibile all’apparenza.
 
E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che si inventano –
sembra un complotto contro l’umanità!
 
E’ difficile immaginare dove si finerebbe
se il loro esempio fosse imitabile.
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio?
 
Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai  e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.
 
Chi non conosce l’amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.
 
Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.