Cinque fienili. L’anteprima nazionale di Dietro la Stazione di Arno Camisch

L’anteprima nazionale della presentazione del libro di Arno Camenisch Dietro la stazione,  Editore Keller, Bookique, Trento nell’ambito del Filfestival della Montagna.

By AnnaGoclok

Nascosta da poster e volantini attaccati alla vetrina di Bookique sono qui che aspetto Arno Camenisch. Attraverso il vetro gli ho scattato una foto in cui appare di profilo con un berretto di lana rossa in testa. Mentre aspetto mi do una letta al Mucchio  –  ex selvaggio – che saranno anni che non ho tempo per cose del genere. E recupero un divertimento leggero che avevo archiviato chissà dove.

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To be continued…

Qui si sta bene, non solo perchè  mi ricordo di quando faccio il Caffè Ismene, ma per il colore di quella tenda gialla che nasconde lo stereo e l’aria che tira stasera e per questa mia scrittura che torna.

Anche la gente arriva, piano piano si riempie si svuota la sala perchè Arno ancora sta fuori, e questa attesa mi piace.

Sa di buono, di mango e arancia, un pò anche di pioggia. Squilla un telefono con ritmo di altri tempi e si apre il suono nella sala, riesco a percepire lo spazio vuoto alle mie spalle, io mi sono sono seduta in seconda fila, e percepisco anche che se  in questo istante prendessi qualche decisione importante per la mia vita saprei finalmente portarla a compimento. Ma forse esagero.

Finché tutti sono  seduti e si comincia.

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Arno non sembra aver mai conosciuto l’uso del pettine, ma almeno ha tolto il berretto rosso e  pare preoccupato, non sorride. Roberto Keller introduce il giornalista Paolo Morando e la professoressa Patrizia Cordin.

Morando ci racconta cosa ha letto  – e quello che ha letto non è detto che sarà quello che toccherà a noi – un libro senza il riferimento di un tempo preciso, un tempo magico, quello dei bambini, come il protagonista, e come tutto é magico quando raccontano i bambini. Il libro é stato scritto in tedesco, ma come ci racconterá poi Arno  il tedesco é la lingua a cui si inframmezza  il romancio e poi anche l’italiano, c’è interconnessione  di una lingua nell’altra, ci sono vocaboli in prestito e magari poi vengono storpiati come accade nella lingua parlata. Morando legge dei brani e si capisce subito che qualunque sia  la traduzione, la storia vive in un flusso continuo, anche se le frasi sono brevi.

Roberta Gado ha eseguito la traduzione.  

Io penso che la sua sia una lingua come masticata, viva perché c’è tanto dialogo. I bambini l’infanzia dunque, cosa è l’infanzia. Arno risponde che infanzia è non dimenticare l’immagine del nonno che taglia il pane. Arno usa anche con noi una lingua mista, racconta un aneddoto e per dire divertente dice ” chistoso”  in spagnolo che vuol dire appunto divertente, e dice che a lui interessa la gente, quello che fa nel quotidiano come si relaziona all’interno delle piccole comunità A questo punto penso che somiglia all’attore di The Mentalist…e mi distraggo.

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Lui parla del romancio come lingua del cuore e delle emozioni metre il tedesco dalle sue parti si parla in piazza ed è la lingua della comunicazione ufficiale,  la lingua dell’esistenza e del quotidiano reale o forse proprio della sopravvivenza…  Tutti dove è cresciuto lui crescono con due lingue, poi scelgono come regolarsi. Usa il romancio  con dei piccoli  tocchi come se desse accenni di colore per fare suono con le parole, ma usa il tedesco perché ha bisogno di prendere  distanza dalla materia della sua scrittura. Questo mi colpisce, prendere distanza da quello che chiede di essere raccontato. Se è troppo vicino emotivamente allora sceglie il tedesco, lo aiuta a raccontare.

Degli italiani in Svizzera gli piacciono le donne con i loro lunghi capelli neri, vedi il personaggio di Marina che dice “Mamma mia!”, e gli uomini rudi e minacciosi, che parlano con i pugni, i loro toni di voce accentati alla fine, che sembrano salire in alto molto in alto.

E la traduzione? Trattenere e dosare le opacità della lingua intraducibile, rispettarla e riprodurla secondo lo schema che ha scelto l’autore…lo stile di Arno è pieno di ripetizioni, che in italiano non si possono ripetere, ci vuole un lavoro d’orecchio e il grosso è sul ritmo….

Poi torniamo alla convivenza, la convivenza coatta tra persone che non sanno perché sono lì, nè loro nè gli altri, Arno ha le sue idee sul mondo e leggendolo poi sembra anche a me di capirlo quando dice che delle persone gli interessano i dubbi, le paure  e le gioie, e ora non traduco perché non si può “die subtile Darinnen“. Provateci a capirlo, meglio se provate con la pancia.

Patrizia Cordin, simpatica, delicata, irrilevante, Arno guarda in alto, fissa il vuoto o forse il niente, ha occhi marroni netti come due castagne e un viso giovane – lo è davvero, ha 34 anni –  con delle linee secche che parlano di sole e vita all’aria aperta. Un sorriso gioioso, latino forse un sorriso bambino. Il mio libro pensa sulla lingua, anche le parole tedesche sono quelle che noi usiamo inframmezzate al romancio nella lingua parlata, e c’è specularità tra tedesco e romancio. Fa un gesto con la mano che non vi so ripetere ma ha reso perfettamente l’idea, ponendo la mano a coppa dentro l’altra che la accoglie.

Cordin emozionata e molto lusingante con l’autore rischia di leggerci il finale, ma si sa che non si può e dunque un coro di proteste la ferma, ma sembra poco convinta.

Arno ci legge un brano scelto da lui in tedesco, poi Gado lo legge in italiano, infine lui chiude con il romancio.

La sua voce ha un ritmo avvolgente, un lievito la fa crescere, è come la spuma della birra.

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