Yugoslavia, anni ‘80

by Silkoclock

 

Certe volte, anche un breve viaggio d’evasione ci comunica sensazioni profonde e ci getta direttamente dentro le ragioni della Storia con la esse maiuscola, con oscuri presentimenti.

Nei primi anni ottanta con due amiche ce ne andammo in Dalmazia, per una corta e spensierata vacanza.

La Yugoslavia e i passaporti erano ancora una realtà in quell’angolo di Europa, che ci sembrava estraneo all’ Occidente. Imparammo invece che era meno lontano di quanto pensavamo. Echi di Italia emergevano nei dialetti di Lussino in Croazia e nei ricordi di quasi tutti quelli che incontravamo. Perfino le conquiste dei veneziani venivano rievocate.

 

Man mano che il viaggio procedeva però una tensione sospesa nell’aria si accumulava cupa, serpeggiava il risentimento nei discorsi tra le varie etnie, rivendicazioni sommerse riemergevano, ostilità mal sopite tra popoli che si sarebbero voluti affratellati. Odii insospettabili per noi, che della Yugoslavia avevamo un’opinione di stato unitario e democratico e ne godevamo ad ogni passo i paesaggi magnifici e incontaminati.

 

Sentivamo però come se un temporale incombente stesse per scoppiare. I venti di guerra di qualche anno dopo non ci colsero di sorpresa.

Return to East: Croazia

Posso ancora raccontare
l’orrida strage ricorrente
e dei cari corpi raccolti
sbranati  e di questa cara
argilla sudata unta di vita
Posso ancora parlare di terra
arida franta dove tra mezzo
a roccia bianca e scheggia
riluceva la salvia cespugliosa
e agitata dal vento incupiva
e argentava la piaggia.

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