Natalia Ginzburg, o dell’inadeguatezza

 by Silkoclock

 ginzburg-natalia-olycom-258[1][1]

Fra le riletture di quest’estate ci sono stati i libri di Natalia Ginzburg. Ma non voglio parlare della scrittrice Natalia Ginzburg, della sua scrittura pulita e leggibilissima, vorrei invece parlare del sentimento di inadeguatezza che colpisce le donne, uno dei temi di Mai devi domandarmi, raccolta di articoli quasi tutti autobiografici.

Più volte la Ginzburg lo riprende, dicendo in varie occasioni di essersi sentita preda di quella sensazione fatta di sensi di colpa, pigrizia, sventatezza, inettitudine tipica della “sindrome della figlia”.

Ovviamente non era affatto così, era intraprendente e faceva fronte a tutto, tra lavoro all’Einaudi, famiglia alle prese col dopoguerra e voglia di scrittura. Ma tant’è, saremo sempre incongruenti alle attese e alle posizioni che ci aspettano.

Già Gertrude Stein, parlando delle intellettuali americane del suo periodo, diceva che si sentivano “studentesse per sempre”, ovvero lontane e discordanti da un ruolo di protagoniste. Questa confusa timidezza che ci paralizza ci è inculcata fin da piccole come un destino, come una metafisica e raggiunge la fissità delle idee platoniche, di un modello a cui adeguarsi: la donna sempre un po’ mancante, debole, da proteggere.

Gertrude-Stein[1]

Natalia Ginzburg narra come, a Roma nel dopoguerra, in analisi con questo fardello di inadeguatezza si sia per fastidio e stanchezza assentata dal suo ruolo di “paziente” e non abbia terminato l’analisi, raggiungendo i figli a Torino.

“La mia solita inconcludenza,” commenta lei. O piuttosto, mentre sempre più e su più piani ci viene richiesto, scegliere di fare dell’imperfezione una risorsa, incamminarsi con “quell’andatura incerta che chiamano esperienza” (Emily Dickinson, 875).

Da un’asse all’altra avanzavo
così lenta, prudente.
Sentivo le stelle sul capo,
e sotto i piedi il mare.

Questo solo sapevo: un altro passo
poteva essere l’ultimo.
Ed avevo quell’andatura incerta
che chiamano esperienza.

Emily D[1]

I stepped from plank to plank
So slow and cautiously;
The stars about my head I felt,
About my feet the sea.

I knew not but the next
Would be my final inch,–
This gave me that precarious gait
Some call experience.

Emily Dickinson

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