A woman in music

by Shewolf65oclock

Intervista a Roberta Rigotto, cantante e insegnante al CDM di Rovereto

– La tua formazione prima di essere musicale ha rispecchiato una istruzione comune a molti, quando hai pensato la musica fosse la tua strada?

La musica ha fatto parte della mia istruzione dall’età di 8 anni. Un giorno, finita la scuola, andai a casa e dissi ai miei genitori che il pomeriggio sarei ritornata a scuola per frequentare il corso di musica. Da lì è partito tutto. Non ho mai pensato che la musica potesse diventare la mia strada, lo era e basta!

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– Musica e bambine, da piccola subivi il fascino delle cantanti?
Mi piaceva cantare ma non credo di aver subito il fascino delle cantanti…ero attratta dalla musica e soprattutto dal ritmo come tanti bambini. I miei genitori ascoltavano i dischi dei cantanti del momento, da Modugno a Caterina Caselli ma non disdegnavano Louis Armstrong e io seguivo un mio percorso: a 4 anni cantavo le canzoni dello Zecchino d’oro davanti allo specchio! A 8 anni, visto che volevo studiare chitarra, mio padre mi regalò il mio primo 33 giri della Deutsche Grammophon, Joaquin Rodrigo, Concierto de Aranjuez e Fantasia para un gentilhombre suonato da Narciso Yepez e da quel momento quello fu il mio ascolto preferito. Con quella musica come sottofondo creavo delle storie e mi immaginavo situazioni| fra cavalli, dame, draghi, castelli e cavalieri “gentili”.

-Una volta intrapresi gli studi musicali hai potuto notare differenze di riuscita o successo fra musiciste e musiciste?

Sì e la differenza sta nella determinazione a perseguire l’obiettivo. Quindi disciplina, carattere, determinazione sono gli ingredienti che in qualche modo fanno la differenza come in molti altri ambiti… non parlo di talento, poiché non sempre il talento artistico va di pari passo con le componenti del carattere che possono o no determinare il raggiungimento del successo.

-Che qualitá pensi risiedano naturalmente in una donna che possano trovare corrispondenza piena nella carriera musicale?

Ne abbiamo tantissime: la perseveranza e la tenacia; la capacità di andare in profondità anche nell’autoanalisi quindi il metterci spesso in discussione, direi, in modo maggiore rispetto agli uomini; il senso estetico inteso proprio come componente del femmineo, quella dolcezza che è nostra particolarità che va dalla cura del proprio aspetto alla cura dell’ambiente in cui viviamo;
l’accoglienza, che fa parte di quel senso materno che ogni donna, con figli o no, ha, anche se a volte lo nasconde o non lo riconosce…la capacità di emozionarsi… forse anche troppo; la visione dell’insieme, mentre l’uomo è più concentrato nella visione del particolare, è prettamente femminile la capacità di vedere l’insieme, è una qualità che può permettere di raccogliere molto di più le sfumature, che in campo musicale sono fondamentali.

– Moltissime sono le cantanti , non molte le compositrici e arrangiatrici. Credi che vi sia ancora oggi una resistenza nel rendere merito alle donne che lo fanno o siano effettivamente numericamente meno degli uomini?
Credo che siano ancora numericamente meno degli uomini. Ci sono moltissime cantanti, molte buone voci, ma purtroppo ancora molta ignoranza. Si pensa infatti spesso ancora che per essere cantanti basti avere una buona voce, una buona presenza scenica, al giorno d’oggi, soprattutto per certi generi, purtroppo ancora più importante della voce stessa. Dal punto di vista della conoscenza musicale peró c’é molto da fare. L’apprendimento delle basi della teoria e dell’armonia é troppo spesso negletto. Le barzellette sulle cantanti, o meglio sui cantanti, si contendono il primo posto con le barzellette sui carabinieri!
Schönberg riteneva il lavoro del compositore non adatto alla donna e questo tipo di mentalità ha radici antiche, nella storia della musica vengono citate pochissime compositrici, Francesca Caccini nel ‘600 e Fanny Mendelssohn nell’800.
Oggi ci sono più sperimentatrici, ottime musiciste di tutti gli strumenti, dal contrabbasso alle percussioni, ma ancora poche professioniste che firmano i loro arrangiamenti e le loro composizioni, basti pensare che nel jazz , contro una schiera di uomini, da Ellington a Count Basie a Gil Evans a Kenny Wheeler si annoverano solo due o tre nomi di donne: Carla Bley, Maria Schneider e Annette Peacock

-Mamma e musicista, come si puó al giorno d’oggi perseguire una carriera musicale con l’impegno di una famiglia da organizzare?

Cito una battuta tratta da ‘Pulp Fiction’, pellicola di Quentin Tarantino, regista che adoro, “Sono Wolf e risolvo i problemi” , ho dovuto scegliere di lavorare in qualche modo di meno ma scegliendo gli ingaggi e i progetti che più mi appagano dal punto di vista professionale. In questo momento non vedo altra soluzione anche perchè crescere i miei bambini è un obiettivo molto importante, se non il primo obiettivo della mia vita. Non posso peró pensare che un domani abbiano l’idea che a causa della musica, una componente della vita dell’uomo a mio avviso fondamentale per una crescita matura ed armoniosa, la loro mamma sia stata lontana.

-Parliamo di generi musicali. Quali pensi siano quelli in cui le donne sono meno rappresentate e perché?

Fra tutti i generi forse quelli che meno rappresentano le donne sono il rock, soprattutto nelle sue sfumature più dure e il funky.
Personalmente trovo rock e funky generi ‘maschili’. Nel rock, anche se spesso viene richiesta una voce con notevole estensione e dal timbro chiaro, il tipo di energia richiesta per cantare sopra una chitarra distorta la vedo in qualche modo piú maschile apounto. Così come nel funky, un certo ritmo e un certo incipit sono tipici di un’ impronta maschile piuttosto che femminile.
C’é anche da dire che, sia nel primo che nel secondo esempio, i testi sono sovente molto arditi e, nel funky, arrivando dal blues, per certi versi anche “spinti” , quindi si adattano meglio ad una proposta maschile che non femminile.
L’unica cantante funky che cito è Betty Davis, seconda moglie di Miles Davis, aggressiva e conturbante.

-Roberta, tu ti avvali anche di apparecchiature elettroniche per esplorare le varie possibilitá offerte da natura e tecnica, che tipo di esperienza é questa e che riscontro hai dal pubblico?

E’ un’esperienza che mi ha sempre affascinato. Quando comincia a comprarmi la strumentazione live, dovevo procurarmi, assieme ad un buon microfono, un riverbero e anziché prendere una macchina che avesse solo quel programma, scelsi un multieffetto.
Ero affascinata da quello che la macchina poteva fare con la mia voce, anche per se la mia conoscenza di artisti che già l’adoperavano non era molta.
Solo in un secondo tempo avrei conosciuto Laurie Anderson e Leon Thomas, invece in quel momento ero presa da Miles, da Billie Holiday, dai Weather Report, da Puccini dal Gospel, e il genere che proponevo allora, più di vent’anni fa, era molto mainstream quindi non c’era molto posto per delay o armonizer.
La scelta di includere suoni strani nelle mie performances è nata qui a Trento mentre frequentavo il corso di Jazz con Franco D’Andrea nel 2004. Per tutto l’anno il Maestro con un garbo e una delicatezza d’altri tempi mi ha messo con le spalle al muro: uno dei compiti per casa di noi studenti era quello di registrare i nostri studi mentre provavamo l’improvvisazione sui jazz standard o le nostre performances dal vivo. Ogni volta che gli portavo le mie registrazioni, non era mai soddisfatto e spesso mi diceva che comunque non sentiva, in quello che facevo l’originalità che invece il jazz richiedeva.
Cosí presi ad ascoltare e trascrivere assoli, da Charlie Parker a Thelonious Monk, da Wayne Shorter al modale Davis e Hancock.
“Il Maestro vuole che io gli faccia sentire quello che piace a me. Ok, allora quello che piace a me è questo.” E gli portai una mia rivisitazione di Maiden Voyage in cui utilizzavo il mio amato multieffetto non solo come riverbero , ma lavoravo anche su fonemi di un ipotetico testo inventato al momento e Franco mi disse: “D’emblée Roberta, se in un locale sento una cantante che propone quello che mi hai fatto sentire tu adesso, mi fermo sicuramente ad ascoltarla. Questo è davvero interessante”. Da quella lezione sono uscita raggiante e mi ha fatto dare senso a tutte le fatiche.
Quando si sente che in un progetto, in un’esecuzione c’é la tua anima, si percepisce. Lo aveva percepito il mio Maestro, lo percepisce il pubblico, seppure spesso sorpreso da quello che sente.

– Quali sono secondo te le donne piú interessanti del panorama odierno in termini di vocalità e composizione?

Ce ne sono tante e in tanti generi, trovo ancora meravigliosa Joni Mitchell,che con l’età acquista sempre più profondità, Biörk, che unisce al suo talento vocale anche la sperimentazione. L’album ‘Medulla’, di sola voce processata al computer è spettacolare.
Regina Spektor é una pianista e cantante molto interessantie, poi ci sono ovviamente Maria Schneider, Carla Bley, Tori Amos.

-Tu sei vicentina di nascita, trentina di adozione, di cosa pensi ci sia bisogno in Trentino per favorire le donne musiciste e le occasioni che le vedono protagoniste in concerti o manifestazioni?

Potrebbe essere interessante organizzare un festival per sole donne come quello di Lucca nell’ambito jazzistico possibilmente non in occasione del 8 marzo. Non che abbia qualcosa contro la festa della donna, sia chiaro, ma vedrei un festival al femminile in cui organizzare delle performances non solo musicali ma anche visive teatrali e di danza che in ogni caso non sia inserito per forza in un contesto politico o commemorativo

Roberta, tu canti ultimamente in un trio dal nome ‘S People, accompagnata da due uomini, parlaci di questa formazione e di questo progetto. Saresti contenta di realizzare un progetto con delle altre musiciste ed eventualmente di che tipo?

‘S People In Trio è l’incontro tra tre musicisti che hanno sicuramente una matrice comune ma esperienze diverse, con me fanno parte del progetto Stefano Raffaelli pianista compositore arrangiatore pittore bravissimo, e Flavio Zanon contrabbassista, nel trio, in realtà è poli-strumentista, arrangiatore, splendido didatta, boa di salvataggio sicura dove io e Stefano approdiamo.
La nostra proposta musicale volutamente sceglie il riarrangiamento del jazz standard in chiave elettronica e talvolta etnica, proprio perchè è il fine del linguaggio jazzistico l’improvvisazione e la composizione estemporanea, il jazz standard funge da pretesto per proporre le nostra visione di quello che è in questo momento uno degli ingredienti fondamentali per mantenere in qualche modo in vita il jazz che altrimenti, anche a livelli altissimi, è troppo spesso proposto in chiave fin troppo ‘classica’.
Per scherzo ci presento come ‘la dama e i due cavalieri’, ma, sebbene con ruoli diversi, in realtà ci sosteniamo e ci proponiamo costantemente spunti improvvisativi e di atmosfera, è più un gioco delle parti che un trio di strumento solista e accompagnatori ed è soprattutto un gioco!… quindi li chiamo cavalieri perchè loro caratterialmente lo sono e sono molto cari, sono amici nonché colleghi di lavoro, insegniamo tutti e tre al CDM di Rovereto.
Un progetto con altre musiciste lo vedrei benissimo sempre in chiave improvvisativa. Però forse più che un progetto che interessa solo la sfera musicale mi piacerebbe un lavoro di interazione fra più competenze artistiche come l’installazione video, la pittura, la danza o il teatro.

Con questo augurio e questa proposta ringrazio veramente Roberta per la passione che ha messo nel rispondere a quello che ció che le sta piú a cuore : musica e famiglia, impensabili una senza l’altra.