Hannah e le sue ‘sorelle’

by Shewolfoclock

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Das Mädchen aus der Fremde
Friedrich v.Schiller

In einem Tal bei armen Hirten
Erschien mit jedem jungen Jahr,
Sobald die ersten Lerchen schwirrten,
Ein Mädchen, schön und wunderbar.

Sie war nicht in dem Tal geboren,
Man wußte nicht, woher sie kam,
Und schnell war ihre Spur verloren,
Sobald das Mädchen Abschied nahm.

Beseligend war ihre Nähe,
Und alle Herzen wurden weit,
Doch eine Würde, eine Höhe
Entfernte die Vertraulichkeit.

Sie brachte Blumen mit und Früchte,
Gereift auf einer andern Flur,
In einem andern Sonnenlichte,
In einer glücklichern Natur.

Und teilte jedem eine Gabe,
Dem Früchte, jenem Blumen aus,
Der Jüngling und der Greis am Stabe,
Ein jeder ging beschenkt nach Haus.

Willkommen waren alle Gäste,
Doch nahte sich ein liebend Paar,
Dem reichte sie der Gaben beste,
Der Blumen allerschönste dar.

A poveri pastori in una valle
Compariva ogni nuovo anno
Al primo ramigar di allodole
Una fanciulla bella e mirabile

Non era però di quella valle,
non si sapeva di dove venisse
E non appena se ne andò
Presto se ne perse ogni traccia.

La sola sua vicinanza rasserenava
Ed allargava i cuori , eppure la sua
Dignità e fierezza
Non concedevano confidenza

Portava con sè fiori e frutti
In altri luoghi e sotto altri raggi
maturati,
In una natura più felice
Ad ognuno il suo dono elargiva
A chi fiori a chi frutti.
Dal giovinotto al vecchio incerto
Ognuno rincasava gratificato.
Benvenuto le era ogni ospite
ma se una coppia di amanti
a lei si avvicinava
a questa andavano
il dono ed il fiore più bello.
( trad. shewolfoclock )

hanna A

Con la lettura di un saggio su Hanna Arendt, uscito negli Atti del Seminario ‘ Il pensiero filosofico delle donne del ‘900’, curati dalla Prof.ssa Rosetta Infelise Fronza e al cui interno si trovano anche i contributi su Simone Weil di Marcello Farina e su Maria Zambrano di Rosa Regio, nonché un incontro con Luisa Muraro, mi trovo a fare considerazioni, ancora una volta, come altoatesina o sudtirolese che dir si voglia, sui concetti di identità ed estraneità.
La nostra „conditio humana“ cerca identità, ma spesso trova estraneità.

Il nostro agire nel mondo cerca riscontro, un riscontro che confermi la migliore idea di noi stessi (autopercezione positiva, identità) e che, se ci viene negato, porta a sentirci ‘estranei’ anche a noi stessi e, quindi, entrare in crisi, mettere in discussione categorie intere di pensiero.
In un’epoca in cui si parla nuovamente di radici culturali, di ius soli e di identità perse o da ricostruire, trovo che le riflessioni su Hanna Arendt della Prof.ssa Fronza si innestino in maniera appropriata.
La Arendt è ebrea inconsapevole, per così dire, la definisce il mondo di fuori più che quello suo interiore, familiare.
‘L’essere ebrea si sovrappone al suo essere tedesca e costituisce l’avvio di quel processo di estraneazione, determinato dall’esterno, dalla strada, che prende man mano una configurazione sempre piú forte con la diffusione degli ideali nazionalsocialisti ed il potenziamento della dittatura di Hitler.’
Anche per Jacques Derrida la parola ‘ebreo’ gli giunge dall’esterno, mai sentita in famiglia ‘né come designazione neutra e destinata a classificare e ancor meno destinata ad identificare l’appartenenza ad una comunità sociale, etnica o religiosa.’
Mutatis mutandis, mille persone oggi, che dopo generazioni si trovano straniere in una terra che credono in qualche modo loro, perché non ne conoscono altre, perché ci sono nati, è il contesto a definirli costantemente altri ed estranei.
Quando l’identità si fa corrispondere ad una lingua, nell’Alto Adige Sudtirolo di oggi o ad una religione, nella Germania delle leggi razziali ieri, sentiamo che c’è ancora molta strada da percorrere.
Mi dico queste cose ad alta voce, comprendendo la ‘fanciulla straniera’ Hannah, ebrea tedesca, che si accorge di essere ‘estranea’, perché gli altri la fanno sentire tale.
La lingua, la religione, la pelle, il genere sono i parametri che vorrebbero condurre ad un senso di appartenenza o di identità, concetti peraltro non sinonimi.
Ma l’etichetta non è cosa della Arendt.
Hannah è ‘fanciulla straniera’ che abita diversi territori, pur rimanendo fedele ai suoi principi, e, come la giovine della poesia, non importa dov’è nata, ma importa cosa fa e come fa sentire gli altri con lei.