Lo spot antiviolenza che parla con lui.

By Louiseoclock (Bonheur)

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Si chiama “La violenza non si cancella, fermati”.

È stato ideato e realizzato da SDV-Donna Aiuta Donna con finanziamenti della Regione Lombardia, del Comune di Milano e dell’associazione Donne Ebree d’Italia ed è il primo spot sulla violenza di genere che si rivolge all’autore della violenza, con una scelta di focus e inquadrature ad hoc.

Ci piace perchè parla con lui, per la prima volta.

Ci piace perchè a quel fermati rivolto al maltrattante, fa seguito un invito a non attendere che lui si fermi, attraverso un fotogramma che indica un numero da chiamare per chiedere aiuto e tutti i centri antiviolenza di una città, Milano, che si dichiara “con le donne, contro la violenza”.

Quando parliamo di violenza di genere, il più delle volte parliamo di “donne stuprate”, “mogli maltrattate”, “compagne stalkizzate” e perfino di “baby-prostitute”. Ben più raramente si affronta la questione con titoli come “la violenza maschile sulle donne”, “uomini abusanti”, “compratori di minorenni”

Titoli di giornali, convegni, libri e, perfino pubblicità progresso, ci raccontano la violenza di genere con la forma passiva dei verbi, omettendo il più delle volte il soggetto.

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Lo si fa anche in buona fede probabilmente, un po’ per consuetudine e un po’ per porre l’accento su un aspetto ritenuto prioritario: offrire sostegno innanzitutto a chi subisce.

Ma un discorso sociale che ritaglia un focus, lasciando il soggetto sullo sfondo, nominando solo la persona offesa (e schiacciandola nella posizione di vittima) contiene non pochi rischi di deriva.

Il primo, ed il più pericoloso, è quello di abituarci a considerare l’argomento come una “questione femminile” e ad immaginare le sue possibili soluzioni solo in termini di empowermentdelle donne, rafforzamento dell’autostima, potenziamento della capacità di riconoscere dei campanelli d’allarme ecc.

Tutti aspetti importantissimi, su cui bisogna ancora spendere copiose energie politiche e istituzionali, oltre che personali.

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Ma non basta.

La mancanza di una parte del discorso – la parte che interroga gli uomini –  non lo rende semplicemente monco, ma mistificato. L’implicito è un messaggio che chiede alle donne  di auto-proteggersi  e di cambiare se stesse  per svincolarsi dalla violenza, ma che non pretende alcun   riconoscimento di responsabilità, nè alcun percorso di cambiamento, da parte del soggetto che agisce la violenza, lasciandolo su uno sfondo indefinito, come fosse un “mostro”, totalmente alieno e innominabile.

I dati ci dicono però che la violenza non è “mostruosa” nè “eccezionale”, ma ordinaria.

Combatterla  sul serio vuol dire creare un terreno culturale e relazionale differente. Crearlo richiede l’impegno e le parole di tutt*, a partire da sè.

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È necessario che molti più uomini prendano parola sulla questione. In tanti hanno cominciato a farlo, portando avanti riflessioni preziose sulla costruzione sociale dell’identità di genere maschile (penso al lavoro ormai decennale dell’associazione Maschile Plurale, per esempio).

Una lotta contro la violenza al fianco delle donne, ma soprattutto a partire da sè in quanto uomini, può essere occasione di liberazione dal machismo, dal mitodella sessualità aggressiva e “di scarica”, dall’impermeabilità emotiva e da molti altri stereotipi del maschile ingabbianti e asfittici.

Come si legge in un post di Marina Terragni dedicato qualche giorno fa proprio all’esperienza di Maschile Plurale: “la libertà dalla violenza verrà solo da una nuova libera soggettività maschile, dai nuovi desideri di uomini liberati dalle protesi del dominio e capaci di diverse relazioni con le donne.