La Cura

by Silkoclock

Mi sono trovata davanti a due testi usciti di recente, diversi tra loro, che parlano entrambi della cura partendo dalla stessa parola:  “ imparare”.

Si tratta del bellissimo capitoletto di Lorenza Zanuso in “Imparare, sbagliare, vivere. Storie di lifelong learning”, a cura di Laura Balbo (che raccoglie voci di varie autrici), intitolato “ Disimparare l’autonomia, imparare la cura: Embodied knowledge, Embodied caring knowledge” e del nuovo romanzo di Valeria Parrella “Tempo di imparare”.

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Parrella parla dell’esperienza vissuta dalla madre di un bimbo disabile, Zanuso parte dall’accudire la propria madre affetta da Alzheimer.

Entrambe insistono sul valore del tempo, e descrivono la cura come «un sapere complesso e tutt’altro che immediato o ‘naturale’ » (Zanuso).  Entrambe spiegano come “imparare” ad assistere ed amare sia connesso a “disimparare” le nozioni di normalità in favore di una eccezione che è anche eccellenza.

Proprio questo percorso sapienziale ed esistenziale, fatto di rabbie, paure e momenti dove la felicità si affaccia come un dono, costituisce quell’insieme di conoscenze e esperienze, quel sapere che alcuni studiosi oramai definiscono oggi  come “embodied knowledge, embodied caring knowledge”.

E’ un sapere fatto di competenze di chi deve interagire con le burocrazie giuridiche, assistenziali, fiscali, negoziare con familiari, amici, aiuti «che non sempre riescono ad arginare il proprio impulso alla fuga, all’indifferenza o alla crudeltà» (Zanuso). Serve «riattivare il proprio originario ‘sapere del corpo’ » (Zanuso) per capire cosa accade all’altr*, un allenamento che comporta modalità di ascolto e comunicazione che attiva nuovi modi « di stare al mondo, uno speciale tipo di rapporto col vivente in generale » (Zanuso).

Un esercizio che Parrella descrive così : «E io mi preparo. La mattina faccio la cartella: elmetto, e mela per la merenda. Fucile e quaderno a quadretti grandi. Marca da bollo e penna con l’impugnatura facilitata. Vestito buono e cuore cattivo. Mi preparo – ma accettare, quello ancora non riesco».

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