Hannah Arendt, film

by Louiseoclock (Louise Bonheur)

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Hannah Arendt, il bellissimo biopic della regista Margarethe Von Trotta, è arrivato in Italia non doppiato – molto meglio così – e per soli due giorni (27 e 28 Gennario). In compenso, Feltrinelli ha in programma una ristampa del più noto testo della filosofa con allegato il dvd del film. Una sorta di “comparsa” quella fatta nei cinema italiani, quindi. Eppure si tratta di un film   straordinariamente coinvolgente, costruito in modo sapiente su un  fruttuoso equilibrio tra politico e personale.

Della donna  – ebrea-tedesca, sopravvissuta alla shoah, emigrata negli USA- e della filosofa Arendt, Von Trotta ci racconta quattro intensi anni di vita spesi nella costruzione di un percorso di conoscenza: dalla scelta di seguire come reporter del New York Times il processo ad  Eichmann nel 1961 all’elaborazione delle riflessioni poi confluite nel libro “La Banalità del male”, fino al difficile confronto con le durissime reazioni suscitate da quella pubblicazione.

Nella pressroom dalla quale seguì il processo ad Eichmann, Arendt scoprì nel  gerarca nazista non un demoniaco superuomo, ma un grigio burocrate dall’apparenza fragile, spesso raffreddato e, soprattutto, completamente incapace di elaborare un pensiero personale e di immaginare la possibilità di un primato della coscienza individuale sulla fedeltà al dovere idolatrato.

Il riferimento alla passività di alcuni capi ebraici durante le deportazioni e la lettura  del nazismo come “male ordinario” prossimo alla fragilità e all’inconsistenza dello spirito gregario più che al trionfo di superuomini alieni, costò ad Hannah Arendt violenti attacchi  non solo della comunità ebraica, ma anche da colleghi accademici e da alcuni tra i più stretti amici.

Barbara Sukowa, straodinaria interprete, riesce a portare nella pellicola la coraggiosa tenacia e l’onestà intellettuale con cui Hannah Arent difese il suo lavoro e rimase fedele a se stessa.

Chi nella vita personale o professionale ha toccato “la banalità” del male e la voraggine delle sue conseguenze, attraverso lo schermo si  ritroverà nel desiderio di verità e nelle domande di senso della Arendt.  Il film racconta infatti la fatica necessaria di superare quel confine cruciale tra il pericolo di assolvere o demonizzare (semplificando)  e il bisogno vitale di comprendere.

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von trotta

       Margarethe von Trotta

Hannah Arendt

Arendt non sminuì le responsabilità di Eichmann nè enfatizzò le complicità dei capi ebraici. Piuttosto, indagò con passione e intelligenza  le dinamiche del disumano presenti anche in chi è considerato normale ed agenti non solo nei regimi totalitari.

La Hannah Arendt di B. Sukowa riesce a svelare quanto falsa sia l’incombatibilità tra il prendere una posizione chiara contro il male ed il comprenderlo, riconoscendo quanto di prossimo a noi ed alle nostre ombre ci sia nell’Altro, perfino nelle circostanze più criminose.

Una contraddizione fasulla, capace però  di bloccare il pensiero e paralizzare il cambiamento, tanto quello personale quanto quello sociale.

Nel lavoro di Margarethe von Trotta non c’è soltanto il pensiero della Arendt,  c’è soprattutto il suo pensare complesso e avvincente,  è questo ciò che riesce a renderlo un film intensamente filosofico, più ancora che biografico.

In un’intervista al New York  T la regista ha detto: «Non faccio film per dare un messaggio, faccio film sulle persone che mi piacciono o che mi interessano. Ma se c’è un messaggio in questo film è che si dovrebbe pensare con la propria testa, senza seguire un’ideologia o una moda. Hannah lo chiamerebbe “pensare senza  ringhiere”».

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