Io l’otto marzo saluto le bambine…

By MBR o’ clock

E di nuovo è  l’8 marzo,  pieno di cliché e parole rimpolpate, sempre le stesse, sempre le solite barzellette e battute, i mezzi sorrisi di circostanza, il rinnovamento dei buoni propositi politici, sociali.

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Di buone coscienze sempre pronte a dire e scrivere come si fa per “essere-una-donna-che-se-la-cava”, forte, brava, pronta ad affrontare il contesto sempre più difficile dove siamo immersi.

Qualcuna tirerà fuori il perché di questo 8 marzo, e le altre diranno “ah, sì, certo, che brave queste donne” con un tono tra l’ammirato e il deluso,
aggiungendo “eh sì, ma questo lo potevano fare il quel momento, figuratevi oggi!” come se le donne di oggi non c’entrassero nulla con quelle lì che sono morte per i diritti di tutte.

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E non mancheranno le mimose, belle, bellissime per carità, che inondano le nostre città solo l’otto di marzo, per ricordare anche a chi non si è ricordato che magari solo per oggi potrebbe deporre le armi.

Ci saluteremo tra di noi, ci diremo che ci ammiriamo a vicenda, e sarà sicuramente vero,

 perché se hai delle vere amiche, se hai attorno a te donne

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non puoi non ammirarle anche se non sempre sei d’accordo con loro. E va bene così.

Ma potrebbe essere un otto marzo anche con alcuni ingredienti diversi, qualche consapevolezza in più, magari si potrebbe pensare davvero a
noi stesse, al nostro ruolo personale e sociale ma non facendoci diventare una caricatura di noi stesse, pronte per autogiustificarci e basta.

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Potremmo pensarci con le nostre vere fatiche, quelle che ci passano davanti e le lasciamo per un altro momento perché ci costa tanto ma tanto guardarci nello specchio e dirci che il nostro “dovere da donna” lo stiamo facendo in modo discutibile.

Mi riferisco alla
trasmissione alle nuove generazioni di un “essere donna”

(e che cosa è poi questo “essere donna”?).

images-22Un’inevitabile trasmissione verso le donne che sono in formazione,  che ci guardano, che non capiscono fino in fondo, ma fanno finta di capire per non mostrarsi vulnerabili.
Perché già da piccole noi donne adulte  abbiamo fatto capire loro che a questo mondo devi farti forza e se sei vulnerabile, devi sapere che devi stare attenta a non farlo vedere.

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E le bambine, che guardano a noi come ad un  esempio, vedono come soccombiamo ai maltrattamenti e si aspettano da noi una spiegazione,
il messaggio che non necessariamente  anche loro avranno questo destino…

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Ci analizzano, ci dicono con i loro atti, con i loro agiti spesso fuori misura, che non va bene, che si aspettano altro, altri messaggi, altri modi di affrontare il dolore.

Sì ma, come si fa?

Ognuna fa quel che può. Io dico che forse questo è il punto, dico forse, solo questo: fare quel che si può. Non dobbiamo essere un modello perfetto per loro e mi direte che nessuna vuole essere perfetta, almeno questo traguardo lo abbiamo raggiunto. Ma l’immagine che ci restituisce lo specchio è tutt’altra: è quella di una donna che a parole non si vuole perfetta, ma si esige di esserlo, ha un margine minimo di tolleranza alla frustrazione e una enorme capacità di trascinarsi i sensi di colpa un po’ dappertutto. E io dico che le bambine ci guardano, stiamo attente: quando parliamo degli uomini con disprezzo, dando il messaggio “scontato” che questi non capiscono niente e che saranno loro una volta diventate donne a dover portare avanti una quantità di cose senza poterle condividerle con nessuno, perché questo viene proposto come il “vero
traguardo” della donna di oggi: fare da sola.

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Le bambine ci guardano anche quando ci rapportiamo amorevolmente con gli uomini, diamo l’esempio di come ci si può porre davanti all’amore… e le bambine  hanno bisogno di sapere che l’amore è importante, anche se a noi non  è andata bene e siamo deluse o disincantate.

Le bambine sono le donne che prendono da noi gli spunti per capire un mondo fatto di altre donne ma anche di uomini, di amore, di difficoltà, di amicizia. Noi donne adulte stiamo indicando alle bambine le nostre orme che dopo fortunatamente verranno sovrascritte, loro ci contesteranno i modi di pensare, di sentire, di fare. Ma hanno bisogno di sentirsi meno pressate da una perfezione impossibile anche perché già questo mondo è così duro e difficile che richiederà di tanta creatività per costruirsi al di là dei cliché, al di là delle mode, al di là di noi.

Mi sento di voler scaricarle di tutto questo peso.

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Mi sento di dire loro che essere donna è bello, altroché.

La leggerezza e la semplicità
sono decisioni da prendere, anche queste.

E valgono lo sforzo.

Vorrei salutare loro per la festa della donna, perché ci guardano, perché sono donne che meritano il nostro rispetto nella loro innocenza, nel loro voler credere nelle “fregature” che oggi sappiamo che ci hanno fatto tanti danni ma che, malgrado i nostri sforzi per sconfiggerle, sono sempre efficaci, sempre lì, edificanti anche esse.

Le bambine ci guardano e quando ci vedono genuinamente felici se la godono, vogliono replicare, vivere altri momenti così con noi,

si sorprendono quando noi donne adulte riusciamo a rilassarci e a sorridere, e ridere, e divertirci.

Che ogni donna può cercare di essere felice: questa è la cosa che vorrei dire questo otto marzo alle bambine, a queste piccole donne che crescono ogni giorno.

Dire loro che hanno diritto alla felicità, senza essere questo un pensiero banale, tutt’altro. La felicità come ognuna di loro se la sente, come la vuole, come riesce a costruirsela, con chi potrà e vorrà. Le bambine sono lì, noi lo siamo state, magari non dimenticarlo non sarebbe male. Per condividere, per essere solidali, per capirle… per amarle.

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Buona festa della donna a tutte le bambine di questo mondo.