Alice Munro: piccole cose canadesi.

by Shewolfoclock

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Se dovessi trovare una parola per sintetizzare l’impressione che mi hanno fatto i racconti della Munro, direi ‘myricae’: le piccole insignificanti cose del quotidiano, quelle però che vengono registrate da una pulsante interiorità e da un occhio attento.

Alice Munro è Premio Nobel 2013 per la letteratura, una scrittrice canadese, non forse così conosciuta in Italia, ma comunque onorata con l’assegnazione del Premio Flaiano e, per quest’occasione, nel luglio del 2008, anche venuta nel nostro Paese.

La Munro viene tradotta in italiano, da anni, da Susanna Basso, presente ieri a Bolzano per celebrare la Giornata Internazionale del Libro e per parlare un po’ di questo suo lavoro sui testi del Premio Nobel.

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Confesso di non avere sentito nella prosa di questa autrice la voglia di approfondirne la conoscenza ma, come spesso mi capita, le cose inizialmente un po’ostiche, mi pongono in sfida con me stessa e così ho desiderato riuscire a capirne la portata ascoltando la Basso e cambiando sguardo durante la mia lettura.
Alice Munro scrive del suo quotidiano, simile a mille altri forse, scrive dal punto di vista di una donna che si analizza e analizza, scrive di ‘piccole cose’, ‘myricae’ appunto, ma per lei non trascurabili.

Susanna Basso dice che della Munro apprezza il fatto che riesce ad abitare le varie età della vita in modo tale da portarsi dietro sempre i suoi nuclei narrativi, ma cambiandone di volta in volta la prospettiva.

Così, con queste parole nelle orecchie, leggo ‘Ortiche’, un racconto parte della raccolta ‘Nemico, amico, amante’, pubblicato in inglese nel 2001, quando cioè la Munro ha 70 anni.

In ‘Ortiche’, ambientato a Toronto nel 1979, la protagonista narra del suo ritrovato rapporto con un suo excompagno di giochi.

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La donna che scrive del suo compagno di battaglie a palle di cannone fatte col fango, ed ora ritrovato uomo, ha quindi 70 anni.
In questo c’è un vivido ricordo di giochi infantili, come spesso gli anziani teneramente hanno, ma c’è anche la dimensione psicologica di donna che riesce a vedere quello che si nasconde nelle pieghe di un rapporto con gli uomini con sguardo lucido e disincantato, quello cioè che si ha proprio quando gli avvenimenti ci sono lontani nel tempo e si leggono con nitidezza, ma anche con un residuo di sofferenza, con la soddisfazione di averne conservato l’esperienza, ma anche con la sanitá, che solo la distanza temporale riesce a dare.

Le cose che racconta la Munro non sono cose importanti di per sé, ma lo sono perché sono le cose da tutti ritenute importanti nella propria vita: il ricordo di una paura, un odore associato ad una sensazione mai più provata, un addio senza esplicitazione.

Forse il Nobel è un Premio a questo, a chi insiste nella convinzione di scrivere, per tutta la vita, in un linguaggio accessibile e in una sintassi piuttosto lineare, di piccole cose di tutti e non di grandi cose di pochi.

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