Autostima? Si!

by MBRoclock

Autostima? Si! Perchè no?

“Io non ho autostima”, mi ha detto una signora in occasione di una serata che tenevo, appunto, sull’autostima. E ci teneva tanto a farlo capire a me, a farlo capire anche a chi l’ascoltava, quasi come se fosse una caratteristica da difendere, da rivendicare. Una convinzione che mi ha insospettiva, un po’ troppo costruita, ma lei sottolineava e ripeteva: “non ho autostima, proprio non ne ho, ed è tutta colpa della mia famiglia, di mia mamma, di un padre assente che mi ha fatto tanti torti”.Ok, “allora ci siamo”, pensavo… “siamo arrivati al consueto punto della colpa di mia madre, di mio padre, di tutti quelli che non mi hanno voluto bene proprio quando ne avevo più bisogno”. Che dire? Cosa dire davanti a tanta convinzione, a tanta argomentazione compiuta, finita e masticata?

 Signora non si può “non avere” autostima! E questo vale per tutti.

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L’autostima c’è sempre, la si ha sempre,

solo che la si può avere in misura maggiore o minore.

Ma non si può non averla.

Non vi dico l’espressione di sdegno della signora. Ha capito che in quella serata, una a una sarebbero state abbattute le sue sicurezze, gli argomenti che con tanto amore si era costruita e coccolata per tanti anni e che le procuravano degli alibi perfetti, compresi i soliti colpevoli (mamma-papà-famiglia in generale-compagni di scuola crudeli e dispettosi-ecc).

 

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Ma per la signora erano in arrivo altre “cattive notizie”: sì, è vero che la prima infanzia è il terreno fertile sul quale si possono seminare sia buone che cattive erbe, che non tutto fiorisce come vorremmo e che è proprio lì che l’incoraggiamento dei genitori (quando ci sono o chi per loro…) è cruciale, che può aiutare a costruire cose buone o meno buone per noi, per la nostra vita, questo è tutto vero ma cosa ce ne facciamo di tutto ciò? Dobbiamo usarlo per responsabilizzarci. E qui altre espressioni di sdegno e di incredulità, con una contestazione verbale esplicita “sì, certo, io non mi sentirò colpevole per gli errori altrui che mi hanno pure danneggiata”. Ma io, signora, ho parlato di “responsabilità”, non di “colpa”. Cosa c’entra la colpa con la responsabilità? Perché mai una cosa così bella come la responsabilità deve essere spesso confusa con la colpa? E cosa c’entra con l’autostima?

Quello che dobbiamo fare per crescere è diventare responsabili, riconoscere il vissuto e guardare il dolore in faccia.

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In parte il cuore della questione “autostima è “quello che c’è stato c’è stato e quello che non c’è stato non c’è stato”. Capire questo riconoscere i buchi della nostra anima, appropriarcene e costruirci qualcosa di positivo sopra. Non negare. Non spartire le colpe a destra e manca bensì dare a ciascun* quello che gli spetta. Noi stesse incluse.

La mamma è stata svalutante? Dispiace molto, è questo sicuramente un dolore straziante e duraturo, ma non dobbiamo noi essere dure con noi stesse, lo sono già stati altr*, e tanto, in passato.

Meritiamo di volerci bene anche noi. Come si fa? Così, con un lavoro interiore: come prima cosa guardare, dopo riconoscere, poi verbalizzare, magari piangere, mettere ogni cosa al loro posto, alcune cose però non hanno un posto e allora facciamoci accompagnare da qualcuno che possa darci una mano.

Elaborare significa imparare che l’autostima esiste, che è “lavorabile”, aumentabile, “arricchibile”, malleabile, che la si ha sempre e comunque e che richiede di un lavoro. Magari accompagnati da qualcuno che ci può dare una mano.

Stare lì e continuare ad assegnare colpe agli altri ci blocca, ci paralizza e non ci lascia la possibilità di darci un’opportunità per provare che superare il dolore si può.

Non ha nessuna reale utilità ed è definita “pigrizia colpevolizzante”: ci assorbe le energie positive in un vortice che alimenta se stesso, ci annega nel rancore e ci lega ad idee rigide.

E dunque l’ultima “cattiva notizia” è che lavorare con noi stesse si può, è doloroso, è difficile, è travagliato. Ma ne vale la pena.

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Autostima? Sì, si può!