‘Prendersi cura’-Intervista con la Prof.ssa Chiara Saraceno

In occasione della consegna dei diplomi di Dottorato di Ricerca dell’Università Ca’Foscari di Venezia assisto alla lectio magistralis della Prof.ssa Chiara Saraceno, fino al 2008 professoressa di Sociologia della famiglia all’Università di Torino, dove ha anche diretto il CIRSDe, centro di interesse di Ateneo per le ricerche delle donne e sul genere, dal 2006 al 2011 è stata professoressa di ricerca al Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung. Dal 2011 è honorary fellow al Collegio Carlo Alberto, Moncalieri/Torino.
Considero coraggiosa la scelta del Rettore e della Scuola Dottorale di invitare una donna sociologa a parlare di qualcosa di molto più ‘umano’ che accademico, in un’occasione dove invece si immaginano scenari di carriere universitarie in ascesa e di ricerche in microambiti disciplinari sconosciuti ai più.
Ma il fattore ‘umano’ è proprio quello trasversale, che tocca tutti noi, accademici o meno, e la Prof.ssa Saraceno sceglie di parlare del concetto di ‘cura’.
Il suo calibrato, lucido e, direi forse a tratti commovente intervento, per il riferimento al fatto che tutti o siamo stati, o siamo, o saremo  oggetto di cura, mi fa desiderare di entrare in contatto con lei per porle alcune domande in merito, alle quali lei risponde con la disponibilità e la generosità tipiche delle/dei grandi.

Prof.ssa Saraceno, quanto culturalmente è connotato, secondo Lei, il concetto di cura rispetto al genere accudente per eccellenza, ovvero quello femminile? Ritiene cioè la cura sia pertinenza della donna in quasi tutte le società o solo in alcune fortemente sessiste?

Credo che in tutte le società la capacità e il dovere della cura siano considerati prevalentemente femminili, come conseguenza del fatto che sono le donne a portare al mondo e nutrire i piccoli, anche se non necessariamente ci si aspetta che lo facciano tutte le donne e neppure tutte le madri.
C’è stata e c’è anche una divisione del lavoro tra donne, in base ai ruoli lavorativi piuttosto che alla posizione di classe. La sovrapposizione di maternità e cura per tutte le madri in tutte le classi sociali in Occidente è relativamente recente (seconda metà dell’Ottocento). Anche se Margaret Mead aveva segnalato che presso alcune società primitive gli uomini avevano anche un ruolo accudente, l’idea che gli uomini siano capaci di accudimento in Occidente è relativamente recente ed ha riguardato soprattutto la paternità. Nel lavoro pagato invece gli uomini addetti alla cura solo non sanitaria sono più rari e talvolta guardati con sospetto (ad esempio nei nidi o nelle materne) anche se le cose stanno cambiando ed in alcuni paesi, specie nel Nord Europa, sono più visibili.
Mi sembra che siano più presenti nella cura degli anziani o delle persone disabili, forse perché si tratta di un lavoro anche fisicamente pesante o forse perché non evocano il sospetto della pedofilia.

Ritiene che leggi ad hoc condurrebbero ad un cambio di rotta o, che, oltre alla cultura, sia la neurobiologia a rendere il genere femminile maggiormente incline a questa pratica?

Come dicevo, almeno nella prima infanzia, c’è un legame tra gestazione, parto e accudimento, anche se non per tutte e non sempre. Chi ha la responsabilità di un bimbo piccolo, chiaramente dipendente, è sollecitato all’accudimento. D’altra parte, vediamo che i giovani padri contemporanei per lo più non considerano l’accudimento al di fuori delle loro capacità ed anche desiderio. Alcuni studi fatti nei paesi nordici hanno rilevato che i padri che prendono un consistente periodo di congedo (che in quei paesi è ben pagato e non penalizzato), sono anche più disponibili alla cura negli anni successivi. Quanto alla cura delle persone anziane non autosufficienti, se è vero che per lo più è effettuata da donne (mogli, figlie, nuore), è anche vero che vede anche una significativa presenza di uomini che si prendono cura delle proprie mogli e compagne.

Come si potrebbe secondo Lei recuperare invece il rapporto di cura nipoti-nonni, concetto esistente nelle società rurali ad esempio, in una società spinta oggi quasi totalmente ad esimere i giovani dal venire a contatto con l’aspetto deteriore dell’invecchiamento?

Non mitizziamo il buon tempo antico in cui i vecchi erano pochi perché si moriva presto e quelli che sopravvivevano erano spesso lasciati in un angolo, pensando che non avessero bisogno (e diritto) di nulla, salvo mangiare e avere un tetto sulla testa.
Se mai, oggi è più facile che i bambini e ragazzi vedano i propri genitori, la propria madre, occuparsi anche di un anziano e perciò apprendano che l’accudimento è un bisogno e una relazione che può darsi in diversi momenti della vita e non riguarda solo i piccoli. A differenza che per la mia generazione di ultrasettantenne, crescere e diventare adulti avendo dei nonni che invecchiano e avendo rapporto con anziani e grandi anziani è diventato normale.

Quanto sottrae, secondo Lei, alla nostra esperienza umana il dovere (o volere) delegare il ‘care-giving’ di nostri familiari a figure professionali, o esserne stati o diventarne noi stessi oggetto?

Come dicevo sopra, l’internalizzazione di tutti i bisogni di cura entro la rete famigliare è relativamente recente, almeno per alcuni ceti. E l’esperienza di bisogni di cura per periodi più o meno lunghi e in un processo di progressivo peggioramento, come esperienza comune e non eccezionale, è recente. Non c’è nulla di male nel condividere parte del lavoro di cura, tra famigliari, ma anche tra questi e persone a pagamento più o meno professionalizzate. Il nido e la scuola materna sono esperienze importanti per i bambini. E il fatto che si sia famigliari non sempre rende automaticamente competenti nel gestire i bisogni di anziani fragili per motivi diversi.
Penso anche a questo proposito alla Sua considerazione su come pretenderemmo da un/una ‘care-giver ‘professionale quello che nemmeno noi siamo in grado di fare, e non siamo nemmeno disponibili a remunerare quanto questo meriterebbe, tenendo conto anche della componente affettiva, non monetizzabile, ma insita nel concetto stesso di cura.
Mi riferivo specificamente a ciò che spesso ci si aspetta dalle cosiddette badanti: che siano illimitatamente disponibili, che si comportino come se si occupassero di un famigliare, ed insieme si svalorizza il loro lavoro pagandolo poco e non riconoscendo i diritti delle lavoratrici, in primis al riposo e ad una vita per sé. Se è vero che il lavoro di cura, anche quando pagato, non può esaurirsi in una mera manutenzione del corpo ed ha dimensioni emotive più o meno consapevoli, credo che non sia giusto aspettarsi che chi lo fa a pagamento lo faccia “per amore”. Non solo, anche molti famigliari lo fanno per senso del dovere e non necessariamente per amore (ci sono belle ricerche in proposito), ma è proprio illegittimo aspettarsi “affetto” come se fosse un requisito professionale. Ci si può aspettare rispetto, comprensione, pazienza. Se nasce anche affetto, bene. Ma non ci si deve lucrare sopra. E si deve essere anche consapevoli che far finta di considerare una lavoratrice come “una di famiglia” è un sottile imbroglio, perché non viene trattata come una di famiglia (quando il bisogno non c’è più, viene licenziata, ad esempio).
Inoltre viene ignorato il burn out emotivo che una attesa di questo genere comporta per chi vi aderisce.

Un grande grazie alla Prof.ssa Saraceno da parte di Womenoclock!

chiara saraceno

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