uno s/fascio di rose rosse

By Silkoclock

Oggi vorrei fare di tutta l’erba un fascio. Un fascio di bellissime rose rosse spinose. Anzi uno sfascio.

Parlo della mia personale esperienza di bimba inconsapevole, molestata nella primissima infanzia, che di questa molestia o violenza non ricorda nulla, ma c’è risalita attraverso la sua corporeità ed emotività travolta da adulta.

Parlo delle Yazide, vendute e violate, usate e abusate, come preda di guerra, come razza inferiore.

Parlo delle tre donne le cui vite quest’anno nella mia zona sono state spente per mano omicida di qualcuno che diceva di amarle.

Parlo di normalità, quotidianità di un destino comune di quante donne? Di un vissuto femminile di oggi.

Parlo di stalking e mobbing nei nostri destini ultramoderni, in carriere marginali che già di per se stesse sono male di vivere; di quanto poco siamo state accanto alle donne yugoslave (e le chiamo così per accomunarle tutte) e alle violenze che subirono, non secoli fa, pochi anni fa, e erano qui accanto a noi; di questa città che per “qualità della vita” è sempre tra le prime nelle statistiche dei giornali, tra un sindaco paesano che fa dichiarazioni sessiste, l’uccisione di una mamma orsa davanti ai suoi piccoli e pubblicità tipo ” se non me la dai, mela prendo”.

Constatazioni: fra cui tra le tante ci siamo io, le Yazide, i femminicidi in questa terra.

Certo, io stessa sono la prima laureata fra le generazioni di donne della mia famiglia; certo, le donne curde combattono e riconquistano città; certo, una trentina, Samantha Cristoforetti, ci parla dal cielo stellato.

“Quando abbiamo voluto, e molto abbiamo voluto, abbiamo saputo ribaltare il mondo”(Marina Terragni): ma oggi?

rose 1

 

 

 

 

 

Un commento

  1. Oggi siamo un po’ stanche, deluse, indebolite, scoglionate. Forse per riflesso anche le più giovani lo sono, inoltre il lavoro manca o se c’è impegna moltissimo e rende pochissimo. Forse l’esempio del nostro incompleto successo non le stimola ma le rende più prudenti e guardinghe. Forse solo la congiuntura economica, per un ventennio favorevole a costruire un ceto medio, ci ha reso possibile trovare il tempo (libero) per pensare la rivoluzione. Avevamo le spalle coperte dai nostri genitori che guadagnavano discretamente per mandarci a studiare all’università. Ora se guardiamo fuori vediamo migranti in fuga verso il nostro piccolo residuo benessere e abbiamo i brividi…

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