produrre senso

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Roland Barthes si interrogava su come gli uomini e le donne quando parlano “producono senso”, su tutto ciò che nella vita sembra naturale e non lo è perché è effetto del linguaggio. 

 Mi chiedo quale produzione di senso ci sia in questa querelle sulla   “teoria del gender” sulla quale si appuntano con cavillosità e citazione di nomi di peso: io avverto soltanto la ancestrale paura che con il linguaggio si possa evocare la realtà, un ragionamento minimo e primordiale, quasi magico.

Che fa pensare “se lo dico poi si avvera, se lo dico allora è reale”.

Tuttavia, nel nostro caso la realtà che si teme di evocare con il proprio dire,  esiste già e si manifesta a volte discreta e quotidiana, a volte variopinta e provocatrice: chiama sempre comunque a dare un senso alle nostre scelte, ai nostri sentimenti, ai nostri comportamenti.

Come ha detto qualche  tempo fa in risposta ad una lettera al  suo giornale,  il direttore di un quotidiano  “ osservare la realtà che cambia e farsi delle domande su come leggerla”,  è qui che va cercato il senso.

11990490_602176366587100_2258888288420919288_nSi teme l’avvento di un’anormalità diffusa, che dovrebbe portare in sé la distruzione del mondo come noi oggi lo conosciamo, con una generalizzazione dispregiativa tra comportamenti e modi di vivere vari e tutti legittimi,  che vorrebbe essere rassicurante, ma esprime solo quando poco granitica e immutabile sia la realtà immaginata che viene raccontata e rivendicata, cristallizzata in immagini sempre meno condivise.  

Eppure non mi sembra che il nostro sia il migliore dei mondi possibili…. 

La donna che completa l’uomo e cura la casa e si realizza nella maternità, e nell?acquisto di detersivi e merendine.

Il sesso che meno ne sai meglio è soprattutto se sei una donna, e tutte le responsabilità del vivere consapevolmente sentimenti famiglia e sessualità annegate nel pantano delle religioni. 

 Tutte dichiarazioni, solo linguaggio che prende forma e genera un senso.   

 Si può anche ascoltare come faccio io e sentire questo:

non mi prenderò mai la responsabilità di quello che faccio, sarà dio o la società a scegliere per me, allora sarò in pace;

e chi metterà in discussione la mia pace, sarà il mio nemico e come tale io potrò attaccarlo, denigrarlo, distruggerlo. 

Amen.

In ogni caso il grande problema di oggi è ancora un altro: la scuola. 

Che si fa? Si permette a chi non vuole, di non ricevere gli insegnamenti corretti sui fatti della vita, cioè non si fa informazione? Il fatto che si spieghi che esiste l’aborto, non significa di per sé che si incitino le ragazze ad abortire.  I fatti dimostrano anche che viene spiegato come si usa un preservativo o un contraccettivo non sono state evitate le gravidanze indesiderate tra le giovani. 

Si permetterà ai genitori che non accettano la sessualità dei figli o figlie di continuare a farlo?  Quest’idea non mi fa dormire.

Le istituzioni hanno chiarito che la teoria del genere non esiste e minacciano querele, ma come rappresentante dei genitori in una scuola media, non scoprirò magari il contrario, e cioè che esiste davvero nella testa di certi genitori?

Mai come in questo tempo – che é la nostra storia  di adesso ma costruisce quello che studieranno i/le figl*dei/delle nostr* figl* –  tra pubblico e privato l’osmosi è continua.

La situazione dell’individuo determinata dalle sue scelte personali influenza la società nel suo insieme e le scelte individuali orientano le scelte collettive. E nessuno si può chiamare fuori.

Dobbiamo saperlo questo.

Dobbiamo prenderci la responsabilità di saperlo.

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