Siamo tutt* femminist*

by Marionoclock

Il primo impatto con il libro di Chimamanda Ngozi Adichie, “Dovremmo essere tutti femministi” non è dei migliori: se il titolo originale inglese è “We should all be feminists”, l’uso del maschile da parte della traduttrice italiana anche all’interno di tutto il testo è una contraddizione davvero fastidiosa.
Ma questo avvalora la centralità del dibattito e del tentativo spesso derisi o incompresi di far si che la declinazione del genere linguistico contribuisca a un riconoscimento di sostanza del femminile.

Questo saggio nasce da un intervento che Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana già vincitrice di diversi premi della critica per altri suoi lavori, ha tenuto per TEDx nel dicembre 2012.
In 40 pagine leggere e intense la scrittrice ripercorre la formazione della propria identità di donna attraverso episodi o aneddoti epifanici a cui tutte possiamo trovare un parallelo nelle nostre stesse storie personali.
A partire dal vedersi negare il ruolo di capoclasse alle elementari perché femmina: “Non ho mai dimenticato quell’episodio. Se facciamo di continuo una cosa, diventa normale. Se solo i maschi diventano capoclasse, a un certo punto finiamo per pensare, anche se inconsciamente, che il capoclasse debba per forza essere un maschio. Se continuiamo a vedere solo uomini a capo delle grandi aziende, comincia a sembrarci “naturale” che solo gli uomini possano guidare le grandi aziende”.
La spiegazione del perché le donne sono un gruppo discriminato pur rappresentando la maggioranza della popolazione mondiale è esposta in poche righe di ammirevole chiarezza (e non vengano storia, antropologia, sociologia, psicanalisi, politica a dirci il contrario con teorie e tesi complesse quanto inutili – noi sappiamo che è così): il mondo è governato dagli uomini perché essi hanno preso il sopravvento quando la forza fisica era la qualità più importante per sopravvivere.
“Oggi viviamo in un mondo profondamente diverso. La persona più qualificata per comandare non è quella più forte. È la più intelligente, la più perspicace, la più creativa, la più innovativa. E non esistono ormoni per queste qualità. Un uomo ha le stesse probabilità di una donna di essere intelligente, innovativo, creativo. Ci siamo evoluti. Ma le nostre idee sul genere non si sono evolute molto”.
Semplicistico? No, semplice. Adatto anche ad educare. Infatti, dice l’autrice, se attualmente alle femmine insegniamo a farsi piccole, anche della virilità diamo una definizione troppo ristretta che si trasforma in una gabbia rigida per i maschi.

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La nostra scuola si gioverebbe dell’avere questo libretto fra i classici da leggere, accanto a Se questo è un Uomo o Il giovane Holden. Che ha il merito, fra l’altro, di sfatare con allegria gli stereotipi che limitano la definizione stessa di “femminista”. Per molte persone, dice la scrittrice, questo significa che “odi gli uomini, odi i reggiseni, (…), pensi che le donne dovrebbero essere sempre ai posti di comando, non ti trucchi, non ti depili, sei perennemente arrabbiata, non hai senso dell’umorismo, non usi il deodorante”, mentre il dizionario recita: “Femminista: persona che crede nell’eguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi”.

Con linguaggio scorrevole e fresco, Chimamanda arriva a toccare la disparità nei salari, la repressione dei sentimenti di rabbia o tenerezza, il successo e il soffitto di cristallo, la scelta di non sposarsi, il linguaggio frutto di una società patriarcale, le rinunce e i compromessi che soffocano i sogni, la sessualità libera.
Temi fin troppo noti a coloro che hanno già fatto percorsi intellettuali consapevoli, ma nuovi e utili da esplorare per tutte quelle persone che del femminismo hanno solo un’idea negativa.
Sarebbe bello se si potesse distribuire questo libretto alle persone mentre sono in fila in qualche ufficio, al supermercato, alle poste, dal dentista: un modo intelligente di impegnare pochi minuti del proprio tempo e cambiare definitivamente visione.

Chimamanda Ngozi Adichie, “Dovremmo essere tutti femministi”, Einaudi, 2015.

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