Potrebbe farti molto male

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Potrebbe farti molto male

di Anna Grazia Giannuzzi

Rientro a casa.

  • Quando se ne vanno? – chiese Max.
  • Se ne andranno quando avranno finito.
  • E quando finiscono?
  • Perché non rientriamo in casa, eh? Qui sul pianerottolo diamo anche fastidio e poi non mi va che qualche giornalista ci prenda di mira per farci dire cose che non sappiamo.
  • Magari qualcosa la sappiamo, invece…
  • Davvero? E cosa sappiamo noi di questa storia? No perché vorrei sapere che cosa so, visto che non so niente!

Si chiusero alle spalle la porta di casa, e Ale per maggior sicurezza girò le due mandate del blindato, non senza aver dato un’ultima occhiata allo spioncino.

  • Tu hai mangiato? – Ale interrogò Max che seduto sul divano si torturava il polsino della camicia.
  • Ti pare che con questo trambusto pensavo a mangiare?
  • Quindi la risposta è no?
  • Ti odio quando mantieni la calma in situazioni come queste…
  • Sai che novità… vado in cucina a preparare qualcosa.

Ale e Max vivevano insieme da un tempo che ormai non sapevano più ricordare quanto fosse. Non erano particolarmente attenti ai dettagli del loro amore, ma quello che avevano imparato essere importante in una coppia era riuscire fermarsi in tempo prima di scatenare un litigio. Spesso erano le circostanze della loro relazione a creare la situazione di un litigio, altre volte i loro caratteri o le difficoltà della loro vita professionale. Quel giorno era la notizia della morte della vicina di casa. Negli anni 90 il loro condominio era abitato prevalentemente da persone anziane. Con il tempo queste avevano lasciato il posto a studenti universitari, poi a giovani coppie, quindi a coppie con bambini, che erano diventati adolescenti e poi se ne erano andati anche loro. Solo Ale, Max e Giuditta Corsaro avevano sempre abitato negli stessi appartamenti. Avevano fatto conoscenza, si erano aiutati nel momento del bisogno e avevano anche condiviso momenti di allegra amicizia. Giuditta aveva divorziato, si era rotta una gamba, aveva cambiato lavoro, aveva comprato un apparecchio da estetista per fare la ceretta e l’aveva fatta ad Ale, e quando finiva di leggere i giornali – ed erano davvero tanti – a cui era abbonata li passava alla coppia; a volte gli lasciava pure i campioncini omaggio di profumo e di crema. Loro cucinavano per lei quando rientrava tardi dai suoi viaggi di lavoro e le prestavano la loro donna delle pulizie. Guardavano con lei in televisione i documenti della BBC sull’Antico Egitto, durante serate alcoliche che finivano regolarmente con una danza sfrenata sulle note delle Bangles che cantavano “Walk like an egiptian”. Erano un triangolo felice. Si amavano, quei due, si regalavano libri. E poi Giuditta li prendeva a prestito. E questo era quanto sapevano di Giuditta.

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  • Tu hai capito vero che tra un poco busseranno alla nostra porta e ci chiederanno se sappiamo qualcosa della morte di Giuditta? Urlò Max dal divano del salotto all’indirizzo di Ale che stava spadellando in cucina
  • Saremo indagati… – continuò con un tono da oltretomba – …la nostra pace è finita
  • Non credo che durerà a lungo, noi siamo appena arrivati e …- Ale aveva un piatto in una mano e con l’altra arrotolava i fili di pasta sulla forchetta. – Ne vuoi un po’ anche tu? Però alzati da lì e vieni in cucina…

Il giorno in cui Giuditta Corsaro era stata trovata morta Ale e Max rientravano da un viaggio di lavoro e furono fermati da Rosemarie – la donna delle pulizie che avevano in comune – in pieno attacco isterico, che stendendo i panni sul balcone vi aveva trovato la padrona di casa riversa sul davanzale. Morta. Tutti i suoi libri – in realtà quelli che Ale e Max le avevano prestato – accatastati sul divano del salotto ed una grossa scatola di cartone aperta su un tavolino. I vestiti erano ancora nell’armadio, ma due grosse valigie erano aperte sul letto.

L’interrogatorio. La commissaria Irma Orlingher li osservava con due occhi marroni da panda. Ale la fissava cercando di capire se toccava a loro iniziare la conversazione o dovevano aspettare che gli facesse una domanda. Voleva sapere come era morta Giuditta. Nessuno glielo aveva detto e loro non avevano avuto il coraggio di spostarla quando si erano precipitati sul terrazzino fiorito per capire se era vero quello che Rosemarie andava ripetendo come una macchinetta….

Max cercava di capire perché non era in divisa, perché una donna poliziotto senza divisa piò sembrare una casalinga, senza offesa per le casalinghe, ma… Non avevano avuto nemmeno il tempo di sentirsi tristi, perché fino a quel momento tutti quelli che avevano incontrato fino a quel momento continuavano a chiedere aiuto per il funerale e per la casa e perché l’ex marito non era più rintracciabile, possibile che non avesse genitori, fratelli, sorelle…cugine?

Ale si torturava la barba e si puliva e ripuliva le lenti degli occhiali mentre rimuginava.   E lo sapevano che quello non era il suo vero nome? La commissaria parlò: sapete perché non vi ha mai restituito i libri che riceveva in prestito? Avete visto che cosa ne ha fatto? Come mai non li avete mai richiesti indietro?

  • No scusi, fatto in che senso? Ai nostri libri, che gli ha fatto? – sbottò Max al quale dava davvero fastidio vedere smontare pezzo per pezzo l’immagine ed il ricordo di una donna amica alla quale aveva raccontato cose intime e private, anche di Ale…
  • Beh, le pagine erano state ritagliate e contenevano qualcosa, ci vorrà qualche settimana per capire di cosa si tratta. Voi non ne sapete niente?
  • A quello che mi è dato di capire non solo non ne sappiamo niente, ma non abbiamo proprio capito niente di tutto, tutto quello che è successo in questi anni con Giuditta…o come si chiamava quella benedetta donna…. Per noi era soltanto una studiosa di archeologia, era normale, simpatica e cucinava bene e…per noi era solo lei, la Giudy…. e ci dispiace ma tutto questo ci scombussola.
  • Non ci sembra giusto. Scusi per favore ci dica come è morta.
  • Non lo sapete?
  • Le hanno sparato.
  • Sparato? Chi? Non c’era sangue quando siamo arrivati sul balcone…
  • Avete spirito di osservazione…-commentò la commissaria.
  • No, è che il sangue ci fa senso…Lo avremmo notato…se ci fosse stato.

La commissaria sorrise. Squillò il telefono.

  • Sì? Ah. – rivolse loro uno sguardo acuminato che li fece sentire colpevoli di qualsiasi cosa andasse male al mondo e riattaccò. – Potete fare il funerale, il magistrato ha dato il permesso. Ve ne occupate voi, vero?

Ripresero il fiato che si era sospeso senza avvisare e si strinsero la mano, occhi negli occhi che si riempivano di lacrime.

A casa. Fare l’amore a volte riempie di gioia, a volte cura la tristezza. Mentre si abbracciavano e si intuivano e si sorridevano e si scostavano i capelli dalla fronte e sospiravano, qualcosa di quel dolore sbagliato che li aveva colpiti così all’improvviso scompariva e lasciava posto al silenzio. Come quando ti accarezzi una vecchia cicatrice che quasi non si vede più, ma è sempre lì. E dopo stai meglio.   La Giudy non c’era più. Niente più documentari sulla storia antica, niente più costumi egiziani a Carnevale e niente spezie orientali nelle pietanze. Niente più Giusy che racconta le grandi civiltà del passato come se le avesse appena incontrate e tra un poco tornasse a trovarle. Niente Giudy che suona alla porta chiedendo a che ora si mangia? Niente posta di Giudy che la prendete voi, certo, io non ci sarò per qualche tempo, aprite i giornali leggeteli voi…tanto meglio no, che potrei trovare di meglio se ho voi? E poi la casa chiusa. E Rosemarie che non puliva più così bene come prima, perché si sentiva vecchia diceva. E gli amici che dopo la morbosa curiosità iniziale li stavano abbandonando, trovandoli sempre noiosamente tristi e funerei. E quel senso d’insicurezza, di incertezza sulla durata della vita che gli pesava in petto, l’ombra delle cose belle che perdono all’improvviso il senso di esistere, come se si stancassero di essere belle, come se l’acqua non avesse più voglia di scorrere e gli occhi degli innamorati di incontrarsi e la bellezza di sottrarsi alla violenza.

All’inizio dell’inverno si ritrovarono soli e un po’ sfioriti, senza entusiasmi e curiosità e la commissaria che ogni tanto telefonava per sentire se gli era venuto in mente qualcosa; ma loro chiedevano a lei e lei rispondeva noi non siamo CSI, lo sapete che la scientifica non riesce a tracciare la traiettoria del proiettile?

Tutto cambia. Così una domenica di quella stagione di mezzo in cui il sole non riscalda ancora la pelle, ma a guardarlo da dietro la finestra chiusa sembra così potente che si immaginano i fiori sbocciare tutti all’improvviso avvolti in un parossismo di profumo, la invitarono a pranzo. Lei accettò, perché a volte è così che accade quando non si obbedisce alla solitudine.  Max disse che però era troppo presto e che non avrebbe mai potuto prendere il posto di Giudy. Ale rispose che non sembrava il tipo che si metteva a ballare senza scarpe sul divano in una serata alcolica con musica datata che ufficialmente non ascolta più nessuno.

Poi Max aggiunse che la Giudy infondo li aveva traditi, con tutti quei segreti e poi gli aveva anche distrutto tutti i libri.

  • Soltanto una cosa è importante. Max si fermò un istante mentre stava apparecchiando con la tovaglia buona.
  • Pensi a quello che penso io ? – rispose Ale guardandolo attraverso un calice di cristallo che stava spolverando.
  • Questa volta non dobbiamo affezionarci per davvero…
  • Già…
  • Potrebbe farci troppo male…

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Se siete arrivati  a leggere fino alla fine segnalatemi il piccolo plagio, l’autore ed il libro!