Intervista a Yayoi Nakanishi: poesia, creatività, intraprendenza.

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By Barbara Gramegna

Ci sono persone che, pur non conoscendole, ti sanno fare capire come sono, basta un sorriso, due parole e l’entusiasmo che trasmettono.

Yayoi è una di queste.

Per i suoi natali giapponesi e per il fatto che come giovane donna, imprenditrice, vive a Trento, molti le chiedono le stesse cose e suppongo che, sebbene con dolce cortesia lei risponderebbe anche a me, potrebbe anche per una volta volentieri rinunciare.

Pertanto cerco di soddisfare un paio di altre curiosità, legate al suo essere donna, giapponese, creativa, coraggiosa imprenditrice, amante della vita e di tutto quello che è essenziale bellezza, almeno questa è l’idea che io mi sono fatta di lei.

Di questi tempi, grazie ad autori di successo, come Murakami, articoli sulle forme poetiche antiche come i tanka, apertura in diversi luoghi di locali ‘stile giapponese’, il rischio della banalizzazione e della generalizzazione rispetto alla ‘cultura’ giapponese in senso lato è enorme.
Che cosa ti senti di volere dire a questo proposito?

In effetti, la cultura giapponese è spesso associata a determinati stereotipi: l’alta tecnologia, la cultura pop, inclusi i cartoni animati e i fumetti, l’esotismo e l’arcaismo tradizionalista e poi tutto quello che gli occidentali immaginano, sperano di trovare, proiettano sul Giappone, inventandoselo.
Sì, senza dubbio tutto questo è parte della nostra cultura, ma la maggior parte dei giapponesi non è legata a queste distinte culture, considerate “tipicamente giapponesi”; o almeno non lo è tanto profondamente quanto si tende a pensare in occidente, nonostante la loro influenza che comincia fin dalla nascita.
Allo stesso tempo, però, sono gli stessi giapponesi che spingono in questa direzione per presentare il Giappone nel mondo, quindi è normale che questo tipo di generalizzazione sia tuttora diffuso.
Sono molto felice quando vedo che la gente è incuriosita dalla nostra cultura, dal nostro stile di vita e dal nostro modo di pensare, anche se sono abbastanza stufa di sentir parlare di questo “Giappone ideale creato dall’immaginazione”. Penso però che questo sia un primo passo ed è meglio così, piuttosto che essere un paese che non è mai sulle labbra della gente, che non attira l’attenzione. In questo modo qualcuno vorrà approfondire meglio. Il Giappone ha molte pieghe nascoste che meritano di essere conosciute ed è pieno di fascino come tutte le altre nazioni con belle storie e tradizioni.

Sempre a proposito di cultura e lingua, tutte le lingue hanno parole che spesso non trovano traduzione, rimandano a concetti appartenenti solo alla cultura che ha generato queste parole e chi è creativo, osa ancora di più e sente la necessità di nuove parole, magari frutto di contaminazioni, è il caso di Wazars, la fusione di due parole, una giapponese e una latina, che cosa ci puoi dire a questo proposito e della tua attivitá?

WAZARS è un gioco di parole che ha un suono simile a Bazar, il mercato mediorientale dove si incontrano l’occidente e l’oriente. Poi, in effetti, queste due parole che abbiamo scelto, “WAZA” e “ARS” sono parole molto legate alle nostre culture di origine: “Waza” in giapponese indica le “tecniche elaborate” mentre “Ars” in latino è l’arte.
Per noi giapponesi questa parola “WAZA” ha un certo peso, proprio perché legata alla tradizione. Ha in sé tanta passione, serietà e rispetto. La stessa cosa per “Ars”. Non è semplicemente arte, ma qualcosa di più profondo, un’emozione che proviamo tutti ma che non è facile spiegare e probabilmente è inutile cercare di farlo.
Ciascuna di queste due parole ha la sua storia e la sua importanza ed entrambe esprimono esattamente quello che sento più intensamente riguardo agli oggetti. Gli oggetti giapponesi sono frutto di un impeccabile lavoro manuale, molto preciso, sempre alla ricerca della tradizione e forse più basato sulla percezione. Invece gli oggetti europei sono più intuitivi e romantici. Non vorrei generalizzare troppo, ma l’insieme funziona come la parte destra e sinistra del cervello che, unendo le forze, danno un risultato migliore.

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Recentemente, con un paio di amici, ci siamo trovati a riflettere su come espressioni letterarie della cultura giapponese, sia antiche che moderne, siano caratterizzate da un’estetica dell’allusività e della sottrazione, piuttosto che da una dell’esplicitazione e della ridondanza.
Credi di potere condividere questo nostro pensiero?

E come definiresti invece i manufatti, gli oggetti, il design giapponese?

Abbiamo la caratteristica di apprezzare la bellezza in modo molto particolare.
Se ad esempio scrivi o disegni con la china sulla carta devi pensare alla bellezza della carta bianca che rimane intatta. Così cerchiamo la bellezza anche nel vuoto. Forse le poesie cortissime come tanka e haiku sono nate anche da questa ricerca di semplicità, della sottrazione. Poi lascia ai lettori libertà di immaginazione, come la carta bianca.
La nostra lingua è stata sviluppata come una lingua da scrivere. Per questo abbiamo 3 tipi di alfabeti usati per diverse tipologia di significato e delle parole. Abbiamo persino tante parole che hanno lo stesso suono, ma significati completamente differenti, e scritte con caratteri diversi.
Invece i nostri verbi non cambiano con ogni genere di soggetto. La lingua occidentale è stata invece sviluppata come lingua parlata. Forse è da qui che divergono.
Il design giapponese ha certamente questo filo conduttore della filosofia della bellezza nell’essenzialità e dell’importanza dello sfondo, del contorno, dei vuoti.
Però stranamente, al contrario della letteratura, i designer e gli artigiani giapponesi, esclusi forse i ceramisti, danno molta importanza alla funzionalità, come nella filosofia Mingei di Soetsu Yanagi. I designer moderni giapponesi, invece di produrre una forma speciale e di avanguardia, che spesso viene considerato “design”, danno preminenza all’usabilità e solo in seguito cercano di infondere una bellezza e un senso dell’esistenza idonei all’oggetto.
Forse i ceramisti hanno quest’ambiguità perché non creano prodotti industriali, ma nemmeno oggetti considerati soltanto artistici. Il loro linguaggio è più simile all’arte. La bellezza delle ceramiche giapponesi si sovrappone alla letteratura.

A Womenoclock sta a cuore la questione femminile a livello transgenerazionale e noi tutte abbiamo un retaggio e un immaginario con il quale o ci troviamo a combattere o che ci sostiene, che ci troviamo inconsapevolmente ad assecondare o che rigettiamo con forza.
Tu, rispetto al tuo essere giovane donna, giapponese, in una cittadina piuttosto piccola come Trento, italiana sì, ma quasi di confine, come ti collochi e che idea ti sei fatta delle tue coetanee che vivono qui?

Ho trascorso l’adolescenza e la gioventù a Tokyo. Forse in un’altra città più piccola tra i monti, come Aomori, la gente potrebbe essere simile… ma non saprei. Qui a Trento ho incontrato tantissime persone creative, in pratica quasi tutti sono creativi. Magari non professionalmente, però avete hobby come la falegnameria, la maglia, il canto, il teatro, la scrittura.. ecc. Questa cosa mi ha sorpresa, perché a Tokyo i professionisti in genere non coltivano hobby artistici. C’è poco tempo e poi l’idea di fondo è che se devi fare una cosa devi dedicarci tutto te stesso. Può essere un po’ maniacale. È probabile che le montagne abbiano protetto la cultura e la vita tranquilla, anche se forse hanno bloccato un po’ la circolazione delle idee e delle informazioni e la curiosità.
Di base i trentini sono già tendenzialmente creativi, potrebbero fare ancora di più, se solo tenessero a mente che c’è un vasto mondo là fuori, anche in altri campi.

Un’ultima domanda Yayoi, pensi che la donna oggi in Italia sia rispettata?

E in Giappone?
Dal punto di vista lavorativo in Italia le donne sono molto più rispettate che in Giappone. Soprattutto nel settore artistico sembra che le donne si stiano facendo strada molto bene e forse possono migliorare ancora. In certi ambienti ci sono però ancora molte difficoltà; ciò può dipendere da quello che le donne vogliono dalla vita. Magari qualcuna vuole essere una casalinga che tiene bene la casa e fa da supporto psicologico e fisico alla famiglia. Potrebbe sembrare una donna di una volta, però questa è una scelta. Ci sono ancora donne che vogliono essere così. Purtroppo nel mondo di adesso, soprattutto in questo periodo difficile, questo tipo di scelta non è accettato dalla maggior parte della gente, che colloca queste donne su un gradino inferiore rispetto a quelle che “lavorano”.
Ho passato un anno di vita da casalinga, ho visto anche tante donne con figli che hanno scelto di rimanere a casa e dedicare tutto il tempo alla famiglia. Magari la gente non se ne rende conto, ma assillarle con continue domande su quando si trovano un lavoro, come se non fossero sufficientemente produttive, è dannoso e sbagliato. Trovo tutto ciò veramente triste. Conquistando un po’ di rispetto nel mondo del lavoro, sembra che le donne abbiano perso il diritto di essere rispettate anche altrove.
In Giappone le cose stanno migliorando, ma per le donne ancora è molto difficile fare carriera. Un aspetto interessante della questione è che, grazie a WAZARS, sto creando una rete di brillanti imprenditrici giapponesi residenti in Italia e in Europa.

Cara Yayoi, mi sa che sei anche tu una woman o’ clock, un grande grazie!

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