Parole

Oh le parole prigioniere /che battono furiosamente alla porta dell’anima..*

Beh ditegli di aspettare, al momento siamo prese con figl*, mariti o mogli, preparazione della cena, udienze scolastiche, mariti e compagni che reclamano le nostre attenzioni e rapporti con varie ed amene umanità.

Sì perché quando è il momento giusto per scrivere? Il momento consentito?

Una donna che scrive ed ha una vita comune a casalinghe o professioniste o impiegate part-time e una famiglia qualunquemente composta, quando lo trova il tempo per scrivere? Joan Didion ha detto che nelle case delle scrittrici è spesso presente un uomo che rema contro. E con questo atteggiamento rende ancora più difficile la concentrazione. Ma potrebbe trattarsi di un a donna. Non so ditemelo voi amiche lesbiche scrittrici. Ma dice anche la scrittura è qualcosa che ti devi sedere e devi farlo. Punto.

Le parole busseranno anche ma…Insomma, siamo oneste noi non possiamo aprirla quella porta!

Chi di noi ha un impegno di scrittura sa che avere tempo per scrivere non significa riuscire a usare quel tempo per farlo effettivamente.

E se ciò non bastasse sa che quando si sta a casa – dal lavoro pagato – tutt* ti dicono che siccome sei casa allora puoi fare un sacco di cose che chi va fuori a lavorare non può fare e ti delegano servizi in banca/posta/assicurazione/lavanderia (sic! Ma non dovevo restare a casa???).

Non sia mai detto che tu donna possa avere del tempo libero. Che poi libero non è, è solo tuo prezioso e deve durare almeno quanto un racconto breve.

Ti vengono commissionati incarichi per la ricerca di cose di cui da tempo si è ormai persa ogni traccia nei meandri armadi disordinati di figl* e marito, di documenti ammuffiti e di foto ricordo. La pulizia della cantina?

Oppure ti ordinano con occhi languidi – di acquolina – pietanze che nemmeno a Masterchef perché ci vogliono settimane per prepararle e due anni per ripulire la cucina dopo che le hai preparate…

Chi prende sul serio una donna che scrive?

Insomma se Silvia Plath la testa l’ha messa proprio nel forno ci sarà un motivo… Cvetaeva, Sexton, Bishop, Campana, Espanca, Plath, Pozzi, Storni, Rosselli…davvero sono volate in una follia che la poesia inventa solo per le donne o la fatica di disattendere le aspettative costruite culturalmente sulla donna, slegarsi dalle convenzioni sociali che imprigionano con un sorriso può davvero indebolire anche la più convinta delle scrittrici e poete?

Se può piacere agli uomini coltivare il lato Bukowski – ma anche Lebowski oso dire – che è in loro, noi sulla via della scrittura non ce lo possiamo permettere. È un duro esercizio quotidiano quello di trovare un equilibrio tra una vita affettiva, una famiglia e la scrittura. Che rapporto possiamo avere con il tempo noi donne, se per la scrittura c’è solo il tempo che avanza?

Tutti si preoccupano del tempo che vorrei passare a scrivere. Tanto è vero che ho deciso di sparire per due o tre giorni nei quali dedicarmici in maniera esclusiva, concentrarmi sulla scrittura.

Che lo sappiamo è tiranna: chiede, pretende e non arriva mai quando la chiami, ma – e questo vale secondo me soprattutto per la poesia – arriva quando vuole lei e non importa se stai cambiando un pannolino o stai spiegando perché non si fumano gli spinelli.

Mio marito mi ha sempre regalato bloc notes, penne, libri sulla scrittura e sullo scrivere. Ma da questa piccola attenzione per la mia passione al sentire rispettato lo sforzo di trovare il tempo magari sottraendolo al mio ruolo casalingo, dopo averlo già sottratto alla mia carriera, ci sono anni di discussioni e anche di incomprensioni.

Non so se è amore o egoismo e non so io chi amo e chi è egoista e cosa sia davvero essere egoiste. Quale rapporto, quale equilibrio, quale identità, quale misura?

So soltanto che ho con me questa borsa piena di fiori, se non li curo moriranno.

 

*La porta che si chiude

Tu lo vedi, sorella: io sono stanca,
stanca, logora, scossa,
come il pilastro d’un cancello angusto
al limitare d’un immenso cortile;
come un vecchio pilastro
che per tutta la vita
sia stato diga all’irruente fuga
d’una folla rinchiusa.
Oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell’anima
e la porta dell’anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!
Ed ogni giorno il varco si stringe
ed ogni giorno l’assalto è più duro.
E l’ultimo giorno
– io lo so –
l’ultimo giorno
quando un’unica lama di luce
pioverà dall’estremo spiraglio
dentro la tenebra,
allora sarà l’onda mostruosa,
l’urto tremendo,
l’urlo mortale
delle parole non nate
verso l’ultimo sogno di sole.
E poi,
dietro la porta per sempre chiusa,
sarà la notte intera,
la frescura,
il silenzio.
E poi,
con le labbra serrate,
con gli occhi aperti
sull’arcano cielo dell’ombra,
sarà
– tu lo sai –
la pace.

Antonia Pozzi – Milano, 10 febbraio 1931

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