Cuccette per signora – un ricordo d’Inghilterra

by Marionoclock

Quell’anno decisi di andare a Londra in treno. Il viaggio dalla mia città a Milano fu breve e confortevole, mentre mi adattai a fatica e stentai a dormire nella scomoda cuccetta che avevo riservato fino a Calais.

dover 1La mattina, mentre il treno sferragliava rapido attraverso la campagna francese, iniziai a conversare con l’unica persona rimasta a tenermi compagnia, una settantenne elegante ed affabile.

Mi raccontò molte cose curiose ed eccitanti della sua vita avventurosa. Italiana, aveva conosciuto il marito – un inglese del Kent – durante un viaggio in Irlanda. Dopo il matrimonio, aveva percorso di nuovo tutti gli anni di studi che l’avevano condotta alla laurea in medicina, che nel suo nuovo Paese non le era stata riconosciuta. Era poi partita col marito, anch’egli medico, per l’Africa, dove aveva soggiornato a lungo e dove ancora viveva uno dei suoi figli.

Lì aveva esercitato la professione medica fra la popolazione Zulu benché all’epoca, così mi disse, fosse considerato insolito e pericoloso per una donna.

La signora credeva fermamente che i bianchi avessero migliorato la vita nel Sud del continente nero; io ascoltavo, perché era simpatica e la sua conversazione era gradevole.

Nei suoi racconti tuttavia mi aveva spesso ripetuto le stesse cose più volte, e quando notai che rientrando dalla toilette si guardava il palmo della mano su cui aveva scritto con la biro il numero della carrozza e del posto riservato, mi accorsi quasi con dispiacere che nonostante la sua aria giovanile soffriva dei mali inevitabili dell’età. Pensai a quanto dovesse essere difficile per una donna della sua tempra e intelligenza tentare di compensare le deficienze della memoria con trucchetti da scolara.

dover 2Ancora più sorprendente fu l’accorgermi durante il tragitto sul ferry fino a Dover che la signora aveva un debole per il gin and tonic, al quale, come mi confidò, per nulla al mondo avrebbe mai rinunciato. Me ne offrì due bicchieri, mi comprò un panino al formaggio, e insistette perché mangiassi e bevessi. Mentre così pranzavo, smisi di contare le bottigliette di gin che si alzava ripetutamente a comprare. Alle due del pomeriggio era ubriaca.

Uscimmo ugualmente sul pontile per goderci il magico spettacolo delle candide scogliere incendiate dal sole basso all’orizzonte.

Alla stazione di Dover, la signora mi abbracciò commossa, tentò di darmi il suo indirizzo più volte ma ormai era sbronza, e un nipote che doveva ben conoscere quella sua passione per il gin le si fece incontro e la sorresse nel portarla via, mentre lei si voltava ancora una volta a salutarmi con un cenno della mano.

Eravamo ai primi di settembre e l’aria limpida sulle coste inglesi mi permise di apprezzare il panorama in tutta la sua magnificenza. Fui contenta di aver saputo pazientare per diciotto lunghe ore per infine vedere, dal mare prima e a terra dopo, quei bianchi bastioni di calcare dalle forme frastagliate che avevo così tante volte sognato.

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