Un bagno di consapevolezza

Shocking

by AnnaGoclock

Il costume da bagno islamico non è contemplato né immaginato nel Corano, evidentemente composto in un’epoca nella quale i bagni di mare non erano entrati a far parte delle convenzioni sociali e sanitarie (il sole e l’acqua di mare fanno bene alla pelle, con il sole d’estate si fa scorta di vitamina D, etc.).

Tutti i testi sacri possono essere letti come testi eterni, eternamente attuali ma di fatto atemporali, congelati alla prescrizione di usi e costumi legati alle condizioni di vita ed alle conoscenze scientifiche di un determinato periodo storico.

Oppure possono portare il loro messaggio fuori dal buio del tempo, alla luce della realtà in cui si vive dando profondità e senso ai loro valori che finiscono con il placare la ragione e il libero arbitrio, sempre  poco tollerati dalle religioni, in tutte quelle circostanze della vita di cui poco si comprende ed è difficile scegliere.

… l’affàire burqini è un tema troppo controverso per non essere allettante anche per noi di Womenoclock.

Ho letto un po’ di tutto e ho visto poliziotti che costringono donne a svestirsi in pubblico.

Ho visto l’immagine del corpo libero di una donna che esce dall’acqua del mare affiancata a quello di una donna completamente vestita anche a strati e con gli occhiali da sole neri.

Ho visto il fumetto di una donna in burqa, seduta tra una suora e una nudista.

Ho persino ascoltato l’incitamento benaltrista ad occuparci di mutilazioni genitali, spose bambine ed altre di ben più serie questioni che riguardano le donne ed ho provato come direbbe Jovanotti un grande senso di irrisolto.

Insomma io do per scontato – perché sono sempre stata convinta che siamo noi donne a scegliere – che le donne indossano il burquini perché a loro piace nuotare con il peso e l’ingombro di abiti bagnati.

Perché ridono divertite all’idea delle battute degli uomini che quando sono interrogati sul burquini rispondono dipende da cosa c’è sotto.

Perché è così che loro vogliono sedurre, è così che si godono il proprio corpo. È così che sperimentano la propria fisicità e rafforzano l’immagine di sé.

Perché sono ignorante e non so come vanno a nuotare le suore.

Mi viene il dubbio che l’abito non sia esattamente appropriato alla situazione, ma io sono una (piùche)cinquantenne iconica e comicamente stylish alla quale piacciono le maniere demodè….

E immagino che tutte queste donne abbiano scelto, perché non posso immaginare altro in questo bellissimo mondo civile in cui vivo, che è senza dubbio il migliore dei mondi possibili: quindi perché costringerle a spogliarsi in spiaggia davanti a gente sconosciuta, perché vietare loro di vestirsi come desiderano?

Mi dicono che non è così. Che mi sbaglio, che quelle donne io nemmeno lo immagino che conquista hanno raggiunto ottenendo il permesso di andare al mare, fare il lavoro di bagnina o semplicemente di prendere un bagno di sole, come si diceva una volta. E che è importante che stiano in spiaggia insieme gli uomini, altrimenti sarebbero segregate in spiagge separate, per sole donne.

Mi dicono che le hanno viste, felici come bambine che scoprono cose nuove, lanciare incontenibili gridolini di gioia.

E io penso che le donne debbano essere felici, essere padrone del loro corpo, che cresce cambia si sforma, perché le donne sono nel loro corpo, perché il corpo è bello, ci è compagno e sodale, è strumento di comunicazione e di informazione e di piacere.

Perché lo spirito e il lume di una donna è nel suo corpo.

E come dice benissimo Chiara Saraceno “Sentirsi a proprio agio nello spazio pubblico con il proprio corpo è stata per le donne una conquista recente e difficile, oltre che non priva di ambivalenze e di rischi vecchi e nuovi. “(la Repubblica, 18.8.016)

E sì, perché io sono abbastanza vecchia da aver subito sguardi di disapprovazione per una gonna troppo corta o un pantalone troppo stretto, per un rossetto troppo acceso in ufficio.

Ma almeno sul mio corpo e sulla mia libertà di vestire come stava bene a me, nessuno ha pensato di costruire una società fondamentalista religiosa, o come si è detto meglio “l’unità infranta del corpo sociale maschile”, nessuna mentalità prescientifica mi ha mi ha minato la salute, ed ho combattuto ed ancora combatto contro chi riteneva che “Il diritto dei maschi si può fondare sulla negazione di eguali diritti delle femmine.”

E che il posto naturale (quanto odio questa parola!!!) della donna sia la casa, la famiglia ed il suo destino la riproduzione e la cura dei familiari.

Ora questo ultimo concetto sta uscendo ripetutamente, troppo spesso. Vedi i festeggiamenti del 22 settembre prossimo…

Ho provato fastidio per sguardi che si sono soffermati con insistenza sulle mie parti intime in contesti non adeguati, ma non ho mai pensato che dovessi essere io a nascondermi; piuttosto chi mi fissava doveva imparare a controllare impulsi e fantasie.

Nello stesso tempo sono stata lusingata da sguardi di apprezzamento della mia fisicità.

Ho letto anche che “Lila Abu-Lughod, importante antropologa alla Columbia, palestinese ebrea, spiega che è scorretto pensare che le donne velate siano da “salvare”. Va piuttosto compresa la radice culturale di quella copertura e la volontà delle donne a viverla.”

Questa affermazione non mi piace, perché il desiderio di fare qualcosa per coloro che consideriamo vittime di ingiustizia è un sentimento sano che nasce spontaneo e può essere orientato e diretto, ma non deve essere censurato.

Forse facciamo l’errore di credere che queste donne intendano la felicità nello stesso modo in cui la intendiamo noi, ma qui non è questione di felicità – concetto misterioso e nettamente sopravvalutato- è questione di dignità, di rispetto e di libertà; è questione esistenza, di autodeterminazione. Di esistere come persone.

Citando in maniera imprecisa Erica Jong: la schiava migliore è quella che si batte da sola. Ma questo tipo di donna propone o meglio ripropone un termine di paragone – un modello di donna – al quale non solo l’islamismo rischia di voler ricondurre l’intero mondo femminile. E non saranno le donne velate a salvare noi che siamo solo qualche gradino più avanti sulla strada di una effettiva parità di genere. Noi che abbiamo preso botte, siamo state licenziate perché incinte, non guadagnano come gli uomini, noi ci siamo salvate da sole già una volta e ci salviamo tutti i giorni. Loro salveranno se stesse? Si svincoleranno da un’interpretazione della religione che sfida le nostre nudità e l’esercizio delle nostre libertà come indegnità ad essere ammesse al mondo degli uomini?

In altri termini secondo me il divieto del burqini è un messaggio dagli uomini per gli uomini, che attraversa il corpo femminile nella pressochè totale inconsapevolezza della pericolosità del danno collettivo per le donne ma anche per gli uomini stessi di questo braccio di ferro.

 

burkini-qui-impose-699x492Concludo citando ancora Chiara Saraceno

“Eppure la socializzazione a modalità di essere maschi diverse da quella basata sulla asimmetria di genere è l’unica strada per sconfiggere la violenza contro le donne e il femminicidio; perché non solo le donne, ma anche gli uomini, possano essere più liberi, non resi ottusi nei propri modi di essere e sentire da corazze identitarie difensive. È una strada lunga, che va intrapresa con sistematicità, in famiglia, a scuola, sui media. Nel frattempo, occorre anche mettere in sicurezza per quanto possibile le potenziali vittime di maschi incapaci di pensarsi altrimenti che come controllori delle donne che hanno scelto. A cominciare dal rafforzamento e finanziamento delle reti di sostegno e dei luoghi protetti che in questi anni le donne hanno costruito, spesso senza finanziamenti pubblici.”