C’è anima e Malanima

by Barbara Gramegna

Mai voce fuori dal coro fu più calzante per questo modo di dire: Nada, che con il suo concerto del 6 dicembre a Bolzano si scosta dal ritrito, seppure sempre richiesto, panorama concertistico natalizio, fatto di piccoli, di grandi, di neri e bianchi, di facce note e di note stonate.

La cantante toscana daI nome di una zingara, che pare avesse predetto a sua madre che sarebbe stata una bambina ribelle, si presenta al pubblico con una band di giovani (ma non giovanissimi) punkettari, un connubio insolito sprigionante denuncia e un po’ di riflessivo crepuscolarismo, quel tanto da fare da contralto alle cannellose carols dicembrine.

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Il concerto si apre con ‘La bestia’ e sul palco Nada si aggira proprio come chi nei caravanserragli di un tempo vestiva i panni dell’orso o del gorilla per fare spaventare i bambini, un Krampus postlitteram se vogliamo.

Nada non è mai aggraziata nelle movenze, ma la sua voce è lì: calda, profonda che taglia l’aria, sostiene il grido di aperta ribellione contro la sofferenza, contro l’aggressione, in senso lato, che un mondo continua a fare finta di non vedere.

La band campana indie-punkrock che la accompagna, e con cui si era presentata al concerto del Primo Maggio, sembra nata apposta per sottolineare armonicamente tutto ciò che nei suoi testi parla della metà del mondo buia e dolorosa, mentre per quella più leggera e spensierata (non molte a dire il vero le canzoni che l’hanno come protagonista) le dà una gran mano con la ritmica.

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La cosa che forse però colpisce di più è che le sue canzoni, vecchie e nuove, hanno la capacità di mettere d’accordo nonni e nipoti, tracciando una linea ideale fra il 1968 e oggi: impegno e disimpegno, frustrazioni e speranze, rabbia e malinconia, passione e disincanto.

Nada si propone in questo concerto come una guerriera della canzone, un indomito spirito che rivendica diritti con la voce scagliata contro il pubblico, una vera arma e con il suo corpo, svuotato da ogni leggerezza.

La ‘Ballata triste’ racconta di una storia di ordinaria incomprensione che degenera in violenza, la voce raddoppia il suono della batteria ad evocare una gragnuola di colpi, scelta sonora che arriva ancora più dell’inequivocabile testo:

‘e una parola tira l’altra e diventan pietre

che saltano sui muri e si mettono di traverso’

La cantante livornese è molto fisica e teatrale sul palco, mai ammiccante, artista matura che sa cosa vuole dire e non vi rinuncia.

Certo, quando con non chalance attacca i suoi successi più conosciuti, che quasi si temeva non volesse riproporre, lo fa inserendoli in una ideale linea di continuità tematica, perchè sia ‘Ma che freddo fa’ (1969) che ‘Amore disperato’ (1983), sono le sue declinazioni del tema amoroso, mai zuccherosamente romantico, sempre frastagliato e tumultuoso dove, quando va bene, ‘ il sole non ce la fa più’ e , quando va male, è, appunto, ‘disperato’!

Il pubblico apprezza sincerità e coerenza, anche se non si può dire esca rallegrato; del resto, dopo che giorni in cui ci vengono preannunciati scenari apocalittici, divertirsi sarebbe risultato brutto.

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