Scrivere “Che genere di violenza”: fra testo e pretesto

by Louiseoclock

Che genere di violenza è un libro dedicato a chi vuole conoscere la violenza maschile contro le donne e come la si può affrontare. Non è un manuale per sole addette ai lavori, ma un testo che a tutt* della violenza prova a raccontare che cos’è e cosa c’è per sovvertirne la logica, a cominciare dall’importanza di chiamarla con il suo nome: violenza di genere e non  violenza generica  (Qui l’indice e la scheda prodotto a cura dell’Editore: Erickson).

Inizia come un testo sull’abuso, ma poi diventa un libro sulla resilienza. Non poteva che essere così, perchè così – resilienti – sono le donne che il mio lavoro mi permette di incontrare. copertina

Ho scritto per raccogliere quello che ho imparato fin qui da loro: da quelle che hanno condiviso con me la loro storia di resistenza e ricostruzione, da quelle che mi hanno fatto da maestre e compagne, insegnandomi come si può sopravvivere e rilanciare e come si co-costruisce libertà.

Scrivere è stata un’opportunità, ma anche un bisogno: quello di ri-conoscere i fili delle appartenenze che mi attraversano e l’intreccio che formano in questo momento della mia vita. Per me – poco più che trentenne, donna, operatrice in servizi antiviolenza, psicologa, gruppoanalista, del sud-e-del nord… – fare delle pratiche e del sapere un pretesto di scambio e di autoconoscenza è una delle maggiori fonti di piacere nel mio lavoro.

E così ho scritto, più per espandere l’esperienza che per trasmetterla.

Oltre alla mia voce, in Che genere di violenza c’è quella di Marcella Pirrone, Avvocata del  e parte attiva dell’Associazione Nazionale dei Centri Antiviolenza (D.i.Re.) che propone non solo un utilissimo “abc” degli strumenti di tutela legale, ma anche una riflessione sull’importanza di affidarsi ad un’esperta giuridica in tema di violenza di genere per costruire percorsi ad hoc.

C’è la voce-disegnata di Salvatore Crisà, compagno nella creazione di questo libro e nella vita, che ha dedicato con me un fiume di tempo ad immaginare illustrazioni che raccontassero il nocciolo di alcune parole dense.

C’è poi la voce di donne non più vittime di cui ho condiviso la strada e quella di alcune professioniste (colleghe e non) che fanno parte del folto gruppo di “donne che stimo e che – in qualche modo – mi sono d’ispirazione“.

C’è Stefania che scrive: «Ricordo che una delle cose che dissi in uno dei primi colloqui con l’Operatrice del centro fu ” Voglio riprendermi in mano la mia vita e la mia mente” (…) e poi: “Parlami di me, di Stefania”. Volevo rivedermi attraverso gli occhi di una donna che aveva fiducia in me.»  C’è Gemma che aggiunge: «Ad un certo punto, ho sostituito i sensi di colpa con la responsabilità. Ho restituito a lui le colpe (per i reati che aveva commesso contro me e i bambini), mentre io ho preso la responsabilità per il mio presente e per il mio futuro innanzitutto, poi anche per alcune scelte del passato che oggi non rifarei. Questa parola – responsabilità – è come se l’avessi riscoperta».

C’è Cristina, scrittrice, che racconta del suo lavoro nelle scuole per parlare di violenza di genere con gli/le adolescenti. C’è Nadia che mette in parole la sua esperienza di operatrice d’accoglienza e quel che fa quando apre la porta ad una donna che si rivolge al centro antiviolenza. C’è Emanuela, responsabile di un progetto di reinserimento lavorativo, che racconta il sostegno alle donne nella ricostruzione dell’autonomia economica. C’è Angela, Infermiera del 118, che dal suo “setting con sirena lampeggiante” riflette sul silenzio e scrive: «mi è capitato di aver fatto ad una donna quelle domande da cui ancora troppi operatori fuggono e di ascoltare il silenzio insieme a lei. E’ un silenzio umido di lacrime e paura. (…) Ma bisogna starci dentro. Insieme. Ascoltare il dolore silenzioso dell’altra è ascoltare il proprio dolore. A volte è quasi intollerabile e si rischia di riempirlo di parole inutili. Bisogna arrivarci preparati a quel silenzio».

E poi, ancora, ci sono: Milena, Agata, Ana, Tania, Gaia e le altre*. Alcune di loro, oltre ad offrire il racconto della loro esperienza hanno riletto con me alcune parti teoriche del libro, dandomi un feedback importantissimo sulla base della loro esperienza vissuta.

La pagina zero di Che genere di violenza è stata scritta diversi anni fa al Centro Antiviolenza di Palermo, un luogo che sarebbe poi diventato per me una fucina preziosa. Lì ho incontrato maestre e compagne che tuttora considero radici.

Quelle stanze erano come pettini a cui continuamente venivano nodi di storie con radici ampie e fili intricati che non avevano a che fare con la biografia e l’albero genealogico della singola donna accolta. Al contrario, appartenevano anche a me: ci riguardavano.

Di là, oltre la porta, c’era un intero gruppo di donne e professioniste pronte a sostenere me che sostenevo lei. La loro esperienza ventennale, le loro energie e competenze mi avrebbero fatto da base sicura. Mi fidavo dei loro occhi come la donne che incontravo si fidavano dei miei, ma nello stesso tempo lì sperimentavo l’importanza di riconoscere il mio sguardo e di prendermene cura. Allo stesso modo Stefania, Sandra, Leda e le altre avevano bisogno di ritrovare il loro. Per il tempo che avremmo condiviso li avremmo incrociati quegli sguardi, ma soprattutto ci saremmo autorizzate a vedere, ciascuna con i suoi occhi.

Fin da quelle prime esperienze ho imparato che non voglio e non posso fare a meno di una rete che sostenga la mia capacità di sostenere. È lì che ho cominciato a capire l’importanza di alimentarla raccontando quel che si sa, quel che si crede, quel che  si fa e, soprattutto, quel che si è nel proprio lavoro, se lo si vuole proteggere dall’usura, se non si vuole farne lettera morta.

Scrivere, dopotutto, è stawomen-laptopto “soltanto” il più bel pretesto che ho trovato per portare alla luce quello che fin qui ho capito e sperimentato,per esporlo a contaminazione, per far proseguire il testo grazie a chi ha letto o leggerà.

*Qui, come nel libro, sono stati utilizzati nomi di fantasia a tutela della privacy.

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