Vivian Lamarque al Trentino Book Festival

By Marionoclock

Vivian Lamarque è intervenuta al Trentino Book Festival, evento sulla scrittura che da sette anni si tiene a Caldonazzo, in provincia di Trento.

Fresca, il caschetto sbarazzino e il sorriso dolce, entra tra gli applausi ed esordisce con un: “Sono lieta di essere qui, perché mi sento trentese”: nata a Tesero (TN), Vivian Lamarque è stata data in adozione piccolissima, a nove mesi, dal nonno materno perché illegittima ed è poi cresciuta a Milano, dove vive tuttora.

In alcuni casi ci sono due mamme: una di pancia e una di cuore: è così semplice spiegarlo a una bambina adottata, ma a me non fu detto”.

Quindi racconta di come sia stato difficile scoprire solo da adulta la verità delle proprie origini, anche se ogni cosa cospira sin dall’infanzia a far emergere quel doppio materno: Vivian dai molti nomi si chiama infatti anche Donata, perché vista come un dono dalla mamma che la mette al mondo; il suo libro preferito da bambina (“leggevo sino a tardi in una casa assai vuota ma piena di libri”), è Rémi di Henri Malot, e il suo primo amore, “quando avevo 10 anni” sono una coppia di gemelli:

Il mio primo amore il mio amore
erano due.
Perché lui aveva un gemello
E io amavo anche quello. Il mio primo amore erano due uguali
ma uno più allegro dell’altro
e l’altro più serio a guardarmi
vicina al fratello.
Alla finestra di sera stavo sempre con quello
ma il primo mio amore erano due
lui e suo fratello gemello.

Dal dolore e dal trauma, dunque, nasce l’esigenza della scrittura: “Quando qualcosa non va bene, noi poeti scriviamo – o andiamo in analisi”, aggiunge (ricordando che al suo analista,” per effetto del transfert”, ha dedicato più di una raccolta di poesie d’amore, le più famose delle quali sono “Poesie dando del Lei”):

La mia superficie è felice,
ma venga venga a vedere
sotto la vernice.

Si definisce “una poetina media”, ma i critici e i premi dicono il contrario, e il suo scopritore, Giovanni Raboni, dirà che i suoi versi sono “decisamente fuori dall’ordinario” e che “Lamarque ha questa grazia, questa ingenuità di scrivere poesie come se si trattasse di compiere un gesto che non ha nulla a che fare con la letteratura”.

E “grazia” è l’attributo corretto per questa scrittrice eclettica (molte e premiate le sue storie per l’infanzia) e poeta discreta, che dedica poesie al suo gatto, all’agrifoglio, al cielo stellato, al lupo nero, al pettirosso. “Di loro sono innamorata, sono i miei fidanzati, ho un vero harem” dice leggendo al pubblico i propri versi, con lo sguardo vispo e il volto radioso. E poi si ferma – “perché la poesia va data in dosi omeopatiche”-

La scrittura semplice ma non per questo facile della poesia di Vivian Lamarque parla a ognun* di noi, come ci dice lei stessa, congedandosi: “Il bello della poesia è che noi ne scriviamo una, ma voi ne restituite mille”.

Grazie Vivian Lamarque per la bella mattinata.

Siamo state non troppo distanti da un fresco lago e certo molto vicine al tuo, al nostro cuore.

 

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