Me too – #Asiaelealtre

by Silkoclock

La storia degli abusi che ho subito inizia da piccina, un anno e mezzo? Sicuramente prima dei 3 anni o di un periodo in cui io possa ricordare. Un familiare, che la morale di famiglia riesce ancora oggi a schermare. Me ne sono resa conto dopo i 30 anni, quando la mia mente ma anche il mio corpo hanno iniziato a tremare.

Ma già c’era in atto un’altra storia, la storia di uno strano stalking durato più di 30 anni. Un personaggio pubblico, dello spettacolo, questo mondo che è “tutta una grande famiglia”. Appunto.  Non ne parlavo per non passare per mitomane.

Poi la piccola storia del compagno di una amica, un “fraintendimento”. Ho fatto lo sbaglio di accettare un appuntamento, io dovevo partire e pensavo a un cameratesco saluto, per lui doveva essere la prova che io ci stavo. Schivato in extremis uno stupro.

Poi: il bullismo ai miei tempi di ragazzina colludeva con la politica faziosa, perciò eravamo più pronte a respingerlo; il mobbing sul lavoro, sì di alcune colleghe donne, è stato più facile riconoscerlo, denunciarlo e trovare solidarietà.

Difficile è invece riconoscere l’abuso sessista, perché si traveste da sentimento e il “te la sei cercata” è dietro l’angolo.

Parlarne con terapisti alla mia epoca era complicato, lo davano per scontato, un altro caso facile facile ma da gestire come irrimediabile. Il più empatico dei miei terapisti (sì ci sono state anche donne) mi chiese se fosse difficile per me accettare il mio star male come “una malattia”, il più professionista mi fece cenno di lasciar perdere e cambiare narrazione, il più sveglio si sbilanciò fino a dirmi che avevo avuto “un vissuto pesante”.

Neanche in questa pesantezza mi riconosco, perché sapevo e so che è fatica di tutte, anche quelle che con occhi foderati di prosciutto non vedono. Dalle palpate sugli autobus agli apprezzamenti volgari, ai soprusi dei medici, alle paure mai dette.

E mentre ricucivo i pezzi della mia storia, ricostruivo la storia di questi uomini abusanti. Tutti con un’infanzia devastata, per dire. E poi la Guerra, ah sì la guerra.

E però questo intrigo ingarbugliato di abuso e sentimento io non voglio disconoscerlo.

Chi cercasse di scindere il mio sentimento, anche il mio voler bene a loro, farebbe il mio male. Non ci sono orchi, non erano mostri. E’ il patriarcato, è il mercato. Non è attaccamento, sindrome di Stoccolma o altro, è la mia storia. Attente a volerla dissezionare, non sono disposta a farmi fare a pezzi dalle nuove baccanti. Non accetterò altro male.

Le amiche ad esempio solitamente non comprendono, mistificano, giudicano, oserei dire con una riprovazione che sconfina nell’invidia. Devono da ometti marcare il confine. E il confine è fra la putta onorata e la sciamannata puttana. Solo rare, che magari ci sono passate anche loro, capiscono.

E’ questo un sentire comune a molte donne abusate, che con l’aprirsi, con il denunciare, scatta il colpevolizzare, l’accusa di connivenza o l’accanimento giustizialista, ma più di tutto si lede il vissuto (“pesante”?) di chi ha subito, la si vittimizza, non si tiene più conto della sua entità, della sua persona. E “ *non c’è peggior crimine che far degli altri un’unica storia”.

Adesso, fuori dalle traversie, mi godo una provvisoria uscita dal mercato che la post-menopausa mi regala e aspetto con serenità gli abusi della senescenza che sicuramente, se non crepo prima, ci saranno.

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