Il filo nascosto ( o L’omelette ‘su misura’ )

by Barbara Gramegna

 

Il film parrebbe inizialmente riuscire ad affascinarci con le suggestive atmosfere degli interni liberty dell’atelier inglese della Maison Woodcock e quasi crediamo avvertire una vena lievemente briosa nel susseguirsi delle prime inquadrature, ma ben presto il suo svolgimento si avvilupperà in una soffocante atmosfera lenta ed irritante imperniata sulla personalità patologicamente narcisistica dell’osannatissimo Mr. Reynolds Woodcock, re dell’alta moda britannica degli anni’50.

Non poteva mancare in questo quadro psicologico la marcata dimensione erotica, che per sua caratteristica non concede nulla a quella affettivo-sentimentale, visto che i narcisisti patologici sono unicamente preoccupati di nutrire il proprio ego senza indulgere a reciprocità di cure e premure.

Si intuisce ben presto che le donne sedute al tavolo della colazione di Reynolds, vengono nel tempo ad avvicendarsi e ad essere freddamente liquidate dalla algida Cyril, sua fedele assistente-factotum, unica in grado di riuscire a condire l’indubbia ammirazione verso il creativo padrone con il necessario distacco emotivo che le consente di poterne gestire le continue bizze e sbalzi di umore.

L’ultimo mohicano Daniel Day Lewis-Reynolds, disturbato nelle sue fasi creative persino dal molle scivolare del burro sui toast del mattino, è per la spettatrice media un déjà-vu di molto meno interessanti, ma ugualmente e fastidiosamente egocentrati compagni e amici.
Lo scatto identificativo porta quindi alla solidarietà pressoché immediata con la musa Alma, ultima conquista di Reynolds, cameriera da lui sfacciatamente rimorchiata in una caffetteria perchè individuata come ideale manichino vivente da usare a suo piacimento per sfibranti ore di posa di abiti ed estenuanti sfilate per la high society, ma da rigettare in tutti gli altri momenti di concentrazione creativa o di depressione ricorrente.

Alma, inizialmente semplice e divertita creatura, prende tutto come un piacevole gioco, ma si rende conto ben presto di assecondare un deleterio double-bind.

E così ecco che, un po’tramortite dal lento andamento della pellicola, le signore in sala presagiscono una possibilità di rianimazione soltanto quando la giovane, nonostante tutto innamorata Alma, ottemperando a un ‘tòpos’ di certa tradizione narrativa inglese, concepisce, novella Lady Macbeth, una sottile ma efficace vendetta.

Ormai assolutamente lucida e consenziente vittima del narcisismo malato dell’acclamato sarto, non riuscendo a ottenere da lui né corresponsione di sentimenti, né emotiva partecipazione nemmeno esplicitamente richiestegli, opta per un suo periodico annientamento psicofisico attraverso una semplice e saporita ricetta con funghi di bosco, tossici quel giusto da portarlo alla completa prostrazione per alcuni giorni, in cui si mostra, ma solo grazie ai devastanti svuotamenti gastrici, inerme e affettuoso cucciolone.

Soltanto in questo modo i due riescono a trovare un equilibrio di coppia in una follia d’amore, in cui la vittima, dapprima attonita e fragile, si trasforma in lucido carnefice.
In tutto questo però il ‘filo’ del film si intravede a malapena, cosa che di fatto viene però onestamente dichiarato già nel titolo e l’unica cosa che ci rimane come utile suggerimento dopo oltre due ore di abiti, follia e funghi, è cosa cucinare ai nostri compagni e mariti in periodi particolarmente difficili.

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