Dogman (o i cani di Garrone)

by Barbara Gramegna

La lettura di questo film vincitore a Cannes è stata fatta da molti e bene, è un film che si lascia agevolmente commentare, perché è un prodotto di qualità, sotto tutti i punti di vista.

Nonostante la vicenda raccontata, fatta di cattiva piccola delinquenza ma di grande devastante squallore, lascia nello spettatore l’idea che sia valsa la pena confrontarsi con questo sordidume senza effetti speciali, tutto squisitamente ‘genuino’ nella sua ambientazione, in mezzo al peggiore squallore dell’abusivismo edilizio nostrano, nella baia domiziana di Castel Volturno.

I protagonisti sono tutti indiscutibilmente ‘italiani’, a testimonianza che non sono necessarie allusioni a una qualche diversa origine per aumentare l’ idea di disagio e degrado, quello lo fanno già la periferia povera e diroccata, le pozze di acqua marina inquinata, la fotografia sbiadita ad hoc di Nicolaj Brüel, perché non c’è nulla di pittoresco da esaltare.
I profili psicologici dei personaggi sono studiati sino nelle pieghe più recondite, tanto che arriviamo quasi ad amare e giustificare il protagonista nella macchinazione ed esecuzione della sua, ci convinciamo forse non così spropositata vendetta.

Non entrando nei dettagli della storia, reperibile facilmente da una qualsiasi sinossi, interessa molto lo splendido deuteragonismo dei cani, grandi e minacciosi, piccoli e fastidiosi, enormi e fricchettoni, un universo di bestiole con personalità definite, che fanno da sfondo a tutta la storia.

In un’epoca di variegata cinofilia, i cani di Matteo Garrone si distinguono, sono creature passive, ma solo in quanto loro malgrado sottoposte a trattamenti di vario genere nei locali del servizio di tolettatura e lavaggio gestito dal protagonista, Marcello. Si pongono invece ‘attivamente’ come testimoni di abbruttimento umano, proprio loro che vengono invece portati, come si trattasse di un contrappasso terreno, al negozio del ‘canaro’, proprio per diventare più belli.

Ecco quindi che il ‘lavacro’ dei cani ci si offre a simbolico rito di sola bonifica possibile, in un degrado sociourbanistico, in cui non rimane altra scelta che farsi giustizia con i propri mezzi.
I cani di Garrone sono tutti splendidi nelle diverse inquadrature, a partire dal pit bull della prima scena che ci si manifesta in tutta la sua naturale aggressività, per chiarire subito di cosa si parlerà per tutto lo svolgimento del film: di attaccare per non soccombere.

La pellicola infatti non è la storia di un crimine, ma della violenza che compie l’uomo contro se stesso, a non prendersi cura di luoghi e persone, di lasciare che acqua, fango e sangue si mescolino senza una vera ragione, dove i soldi non migliorano l’esistenza ma diventano il motivo stesso dell’esistenza.

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