‘A quiet passion’ (o gli ossimori di Emily)

by Barbara Gramegna

Il film di Terence Davies ha raccolto molti pareri positivi, è un film ben fatto e curato, oltre che coraggioso nel tentativo di tratteggiare la figura di una poetessa, Emily Dickinson, di cui in realtà si sa molto poco. Certo, versi come:

Annoda i Lacci alla mia Vita, Signore,

Poi, sarò pronta ad andare!

Solo un’occhiata ai Cavalli –

In fretta! Potrà bastare!

…..

Addio alla Vita che ho vissuto –

E al Mondo che ho conosciuto –

E Bacia le Colline, per me, basta una volta –

Ora – sono pronta ad andare

non possono portare a pensare di andare a vedere un film come quello di Peter Weir, ‘L’attimo fuggente’, in cui la passione di cui parla il favoloso professore di lettere, impersonato da Robin Williams, che si offre alla sua classe/equipaggio quale ‘nocchiero’ per attraversare assieme le procelle della poesia/vita, è di tutt’altra sostanza di quella a cui allude sin dal titolo Davies.

‘Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione.’ dice con trasporto il professore Keating  alla sua classe ne ‘L’attimo fuggente ’e lo slogan, sebbene piuttosto ‘facile’, del film di Weir è ‘carpe diem’, un esplicito incitamento a godere della bellezza, a buttarsi a capofitto nelle esperienze, a ‘rendere straordinaria’ la vita in una passione tutt’altro che quieta.

Il possibile motto implicito che si potrebbe piuttosto immaginare per la storia raccontata da Terence Davies é invece quello del Qohelet ‘vanitas vanitatum et omnia vanitas’.

Un senso di continuo monito puritano agli eccessi della vita, tipo sorseggiare una limonata o cantare in pubblico qualcosa che non siano inni sacri, incombe infatti su tutto e tutti per oltre due ore.

L’ambientazione è nella bella, ma sobria, dimora borghese dei Dickinson e nel  giardino, che diventa comunque una sua sorta di estensione; gli abiti di Emily sono inizialmente eleganti, seppur non indulgendo mai alla frivolezza, ma diventano via via  più essenziali e monacali.

Nelle stanze di casa Dickinson, dapprima calde e luminose, poi sempre più tetre, sino a diventare quasi fiamminghe nei cromatismi, non si può dire risuoni quel whitmaniano ‘barbarico yawp’ che il professor Keating nel film di Weir vorrebbe gioiosamente fare associare ai propri studenti al carattere dirompente e rivoluzionario dell’azione poetica.

Le sorelle Dickinson insomma, a parte qualche allegro e giovanile cicaleccio in giardino  in compagnia della brillante comune amica Vryling Buffam, si aggirano per buona parte del film in spazi silenziosi, ma ancora troppo rumorosi per conciliare l’impetuosa attività poetica di Emily, che preferisce infatti la notte per le ragioni che benissimo per lei dice Alda Merini:

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere iddio
ma i poeti nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

Emily, interpretata da una grandiosa Cynthia Nixon, si macera e si rimprovera per il fatto solo di esistere: Ho preso un Sorso di Vita/Vi dirò quanto l’ho pagato/Precisamente un’esistenza ed è sopraffatta da una necessità religiosa che la accompagna anche nella sua disobbedienza all’ obbligo religioso formale, quello privo di contenuto, impostole da società e famiglia.

Emily è sí ribelle, ma rigorosa; ha un rapporto bulimico con il cibo dell’animo, la sua scrittura, ma è testardamente anoressica di esperienze fondamentali; sostiene in ogni momento utile la causa di genere, ma si piega docilmente alla protezione della sua famiglia decisamente patriarcale.

Emily è insomma ossimorica per sua natura, ma non si può dire incoerente; è fragile ma è potente di una sorta di misticismo delirante, di un’abnegazione alla causa amorosa, slegata da un oggetto d’amore vero e proprio. È una donna che si potrebbe definire monastica, ma è corrosa da fuoco interiore; rifugge il conformismo, ma è ligia alla sua morale, che non concede deviazioni, eccessi, guizzi, risultando così veramente trasgressiva solo nel suo ardore poetico, attraverso il quale fa sapere di non ‘avere mai vissuto pienamente’, cosa che dal film risulta piuttosto evidente.

Il regista indugia infatti volentieri sui momenti di crisi epilettica della povera Emily,; sottolinea con compiacimento l’aura depressiva stampata sui volti di tutti i Dickinson, specialmente del padre che, in una scena piuttosto gustosa davanti al fotografo che gli chiede di sorridere, afferma, in una maschera di totale inespressività, di stare proprio sorridendo; insiste quasi sadisticamente su spasmi apoplettici e preagonici della signora Dickinson, la madre schiva, dolce ma innegabilmente apatica e volontariamente autoesclusasi da qualsiasi dimensione sociale.Insomma tutto ciò viene automaticamente trasferito agli spettatori che si smorzano piano piano insieme ai toni della fotografia, al volume delle conversazioni e si rivivificano a fatica e con sollievo solo dopo che, all’età di 56 anni, Emily Elizabeth Dickinson esala il suo ultimo respiro.

 

 

 

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