Marina e le altre – Viaggio a Firenze

By MarionoclocK
Una Firenze tutta al femminile quella visitata lo scorso dicembre.

 

Iniziata con un tour a cura dell’Associazione Il filo di Arianna che mi ha fatto scoprire le donne di Casa Medici, ripercorrendo in città i luoghi dove abitarono, furono sepolte, furono immortalate dai grandi pittori dell’epoca. Ho così fatto conoscenza con la bella Piccarda Bueri, giovane ma assai abile a governare gli interessi di famiglia in assenza del marito, e il cui patrimonio fu alla base della ricchezza della dinastia che governerà per secoli Firenze; con Contessina de’ Bardi, donna intelligente e magnanima al punto da accogliere e crescere con amore come fosse proprio il figlio che il marito Cosimo de’ Medici ebbe da una schiava comprata a Venezia; con Lucrezia Tornabuoni, poetessa e benefattrice per suore e ragazze meritevoli ma senza dote, madre di Lorenzo il Magnifico, ritratta magnificamente dal Ghirlandaio come pure lo fu Clarice Orsini, che le succedette nel titolo di Signora Consorte di Firenze, che viaggiò spesso e cosa inusuale per l’epoca, spesso rappresentò il marito in eventi pubblici; e così via, da Caterina (aveva una biblioteca personale di oltre 2000 volumi e una cultura vastissima, portò in Francia ricette e abitudini culinarie apprese in tenera età dalle suore toscane) fino alle ultime donne della celebre famiglia che si estinse poi nell’Ottocento.

Il tour al femminile è proseguito nel quartiere ebraico della città, con una visita alla Sinagoga, dove lo splendido matroneo ricorda tuttora che le donne sono considerate impure per via del sangue mestruale, secondo quanto riporta il testo chiave del Vecchio Testamento, il Levitico 15,19-30, e secondo quanto prescrive la tradizione rabbinica. Di contro, una delle Associazioni che organizza visite guidate nel Tempio Israelitico Maggiore si chiama Artemide, e in zona l’ottimo ristorante kosher è intitolato a Ruth, personaggio biblico autrice del Libro di Rut, scritto in un ebraico colto e raffinato.
Anche in “This is not a photo opportunity”, selezione delle più famose immagini di Banksy in mostra a Palazzo Medici Ricciardi, mi sono soffermata sulla celebre serigrafia che raffigura la bambina con un palloncino rosso in mano (“Balloon Girl”), al centro dell’attenzione mondiale per la sua clamorosa auto-distruzione avvenuta subito dopo essere stata battuta all’asta per oltre un milione di euro. Irriverente e divertente “Queening”, con una delle più bigotte sovrane della Storia, la Regina Vittoria, ritratta nella posizione che dà il titolo all’opera: Banksy le disegna sul volto l’espressione di chi, crinolina alzata e su una partner compiacente, è finalmente libera e appagata. 

  • Infine, “The Cleaner”: Marina Abramovič a Palazzo Strozzi. Una Mostra di grande successo per l’artista serba, che o si ama o si critica senza pietà, scartando certe sue messinscene come non arte. La sua autobiografia, “Attraversare i muri” o il suo Manifesto d’artista, presente esso stesso come opera all’interno di Palazzo Strozzi, aiutano a conoscerla meglio, ma i pannelli esplicativi possono bastare alle persone più pigre a destreggiarsi nella complessità della sua opera, perché davvero raccontano con le stesse parole di Marina Abramovič le ragioni e le scelte dietro a ogni singola performance, singolo video, singola fotografia. Ci vuole un intero pomeriggio per assaporare le cento opere, molte delle quali sono pensate perché il pubblico sia attore, non solo spettatore. Il percorso si snoda tra performance di ieri e di oggi, alcune ri-eseguite più volte dall’artista, altre replicate da artiste in loco.
Si va dalla celebre “The artist is present” in cui l’artista sedeva a un tavolo e chiunque poteva occupare la sedia di fronte e interagire con lei, a video-performance in solitaria ma non per questo meno emozionanti, come in “Freeing the voice” in cui l’artista, a testa reclinata all’indietro su un letto urla per sette ore fino a perdere la voce. Questo video, che mi ha ricordato la leggenda di Eco, fa parte della sezione che più mi ha colpita, quella in cui Marina lavora sulla propria identità e sulle proprie origini. In una serie di fotografie ha persino cancellato i palazzi famosi della sua città rendendo i paesaggi aperti, anonimi, nel tentativo di vedere se non si possa così cancellare anche la propria memoria, la memoria che si ha del proprio Paese. Molti i richiami alla ferocia del regime comunista nei Balcani: Marina Abramovič veste divise e usa altri simboli militari con cui arriva anche a ferirsi, a incidere la propria carne, a versare lacrime a cui noi si assiste per lunghi momenti, nel più totale sconcerto. In un’opera il fuoco ricorda altri roghi. In altre è l’acqua a mondare, a riparare. Marina Abramovič the cleaner. Sicuramente colpiscono tutte le opere in cui il corpo si fa oggetto e soggetto nello stesso tempo: corpo che Marina Abramovič esibisce e che diventa non arte voyeuristica ma esplorazione del dolore che si narra, dolore che viene inferto da terze persone, o che è auto-inferto. Ho trovato la mostra ipnotica, coinvolgente, dolorosa. Forte è il senso dell’umano che mi ha attraversata e non per questo l’ho lasciata con la certezza di aver vissuto un’esperienza sacra.

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