Il profumo

By Viky Keller

E’ una sera fredda. Sono appena uscita dal tepore di casa e già lo sto rimpiangendo. Ho anche dimenticato i guanti e adesso le mani mi si stanno letteralmente congelando. Affretto il passo anche se non ce ne sarebbe bisogno, non mi aspetta nessuno, ma almeno ho l’illusione di generare un po’ di calore da tenere addosso.

La città è un deserto, sono cinque minuti che cammino e non ho ancora incrociato nessuno: qualche macchina ai semafori, ma nessun volto da esaminare. La cosa non mi dispiace, posso scivolare nel buio e immaginare di essere una fra i pochi superstiti rimasti al mondo. Facevo spesso questo gioco da piccola, lo ricordo bene. Fantasticavo e mi piaceva pensare di essere l’unica sopravvissuta a qualche disastro planetario. Cosa ci fosse di divertente adesso non lo ricordo, ma passavo davvero le ore a fingere di dover rimanere rintanata in qualche rifugio, in attesa di cosa non so. Avevo uno spiccato senso della tragedia, non posso negarlo!

Espiro nuvole di vapore bianco, fiancheggiando un muro di pietra, poi un alto cancello di ferro battuto. Lo sguardo vaga oltre il graticolato, la luce è quasi assente, il chiarore lunare illumina appena il terreno tutt’attorno. Non ero mai stata qui con il buio, fa un certo effetto trovarsi da sola in un luogo del genere, evoca scene paurose, racconti dell’ orrore.

E invece regnano pace e un silenzio immobili, che non mi aspettavo in un cimitero. Il cancello è ovviamente chiuso da una grossa catena lucchettata, sorrido ad un pensiero stupido : è per chi viene da fuori, perchè quelli dentro non vanno da nessuna parte…Ma io non ho nessuna intenzione di metterci piede, anche il fatto di essere venuta fin qui, adesso mi sembra un’idea davvero stupida. Passo velocemente in rassegna le lapidi ordinate, ce ne sono così tante da far girare la testa…e un leggero mancamento devo averlo sul serio perchè mi sembra di sentire un forte profumo di fiori. Scruto meglio oltre la cancellata, ci sono vasi traboccanti crisantemi e poi anche rose rosse, gialle, di ogni colore. Poi ciclamini, piante sempreverdi, conifere nane, ginepri. Tutti apprezzano i fiori, ma non io, da qualche tempo anche la semplice vista di un tulipano mi fa venire la nausea.

Una mattina avevo dimenticato a casa il cellulare e così ero tornata a prenderlo. Fuori dalla porta, proprio sullo zerbino, era appoggiato un gigantesco mazzo di fiori variopinti. C’era anche un biglietto, ma non era servito leggerlo per sapere che il mittente era lui. Quanto tempo era passato? Mi sembrava una vita, ma in realtà erano appena sei mesi. Un tempo relativamente piccolo per abituarsi ad un abbandono, per prendere in mano la propria esistenza e ricostruirla. Ero livida di rabbia, quel gesto apparentemente garbato, rappresentava l’ennesimo tentativo di tenermi ancora imbrigliata a lui. Pensava di ricomparire come se niente fosse e riprendermi come mi aveva lasciata, grata Penelope in perenne attesa del suo Ulisse. Quanti anni avevo dedicato alla speranza del nostro amore! Cieca di fronte ai segnali del suo disinteresse, avevo sempre finito per credergli. Giustificavo il suo egoismo, anche quando era diventato crudele e violento. Mi sentivo in colpa, certa di avere io qualcosa di sbagliato e di meritare quella situazione. Per sopravvivere avevo cercato di riempire il vuoto che provavo, ingoiando l’amarezza e la convinzione che ogni storia ha i suoi problemi. Accettavo tutto, i suoi periodici tradimenti con i relativi ritorni in grande stile, sempre accompagnati da regali e composizioni floreali.

Una sera era rientrato presto dal lavoro, io non avevo ancora preparato niente per cena e questo era stato lo spunto per insultarmi più duramente del solito. Lo vedevo di spalle e ho provato un sentimento terribile, sconvolgente. Era odio, odio puro, che mi faceva stringere forte il coltello con cui stavo tagliando le zucchine…E’ stato un attimo, come in trance l’ho alzato avanzando qualche passo verso di lui, che era girato di schiena…

A volte ritornano. Ma ormai è troppo tardi. E non sei più la stessa. Nel frattempo, sei cambiata. Forse non hai imparato proprio niente, ma sei sicuramente diversa.

Quel giorno avrei potuto davvero ucciderlo, ricordo benissimo il demone che mi aveva mosso in quella direzione. Ho saputo fermarmi in tempo, nonostante tutto non sarei capace di compiere una cosa del genere. Ho semplicemente fatto le valige e sono sparita, sradicando a forza ogni sentimento residuo, lasciandomi dietro tutti quei mazzi di fiori ormai secchi e senza profumo.

A volte non si guarisce, è solo sopravvivenza. Ti fai un po’ di scorza, inventi una distanza.

Annienta il cuore la consapevolezza che tutto possa finire. Ma ti farà onorare davvero la vita, la speranza di poter sempre ricominciare.

 

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