come una

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Come una vive, così scrive
Lalla Romano

Quando me ne vado divento libera di dimenticare me stessa. Non è che voglio davvero dimenticarmi, anzi in realtà voglio scoprirmi. In realtà se non fossi costretta a farlo, probabilmente non lo farei. È che finora, fino a questo punto, fino al varco di questa soglia non sapevo che per andare avanti devo lasciare qui tutto quello che non mi serve più.
La cosa più difficile è che non so cosa lasciare perché non so cosa mi servirà dopo, cosa mi servirà ancora. Mi sento tanto giovane a dire questa cosa. Ho ancora dunque tempo per inventarmi, per osare, per farmi sorprendere, per andare avanti un po’ nuda, smascherata, sfuggita.
Sì perché mi sono vista che ero molto fabbricata: sulle mie ossa, sulla mia pelle tutta la vita passata si vedeva che non era un momento, che nel mondo non ho passato solo un battito d’ali, una chiusa di palpebre, ero tutta congegni e barriere, sicurezze e protezioni, parapetti e cerotti, medicamenti bende e protesi. E che per lungo tempo ho camminato su una strada sempre uguale.
Non sono mica sicura di saper più camminare da sola su questo nuovo terreno che si forma sotto i miei stessi passi.
Ma che splendore poterlo fare, che luccichio mi sento negli occhi e che incanto mi dà questo nuovo corso. Il mio cuore pompa un sangue nuovo che al momento mi sembra zampillare come acqua effervescente. La mia testa ha chiarezza sul fatto unico e solo che non so nulla: devo ricominciare, devo imparare.
Un lusso insperato, chi vuole invecchiare restando sempre fedele a se stessa?
Il concetto stesso di possibilità mi si è presentato davanti e di un botto – a me ottusa e incredula – mi si sono sturate le orecchie e tutto suona nuovo.
Non avevo capito quanto ero sorda e cieca e debole, da tanto non avevo più mie notizie.
Adesso mi sono presentata, mi sto ancora conoscendo e poi forse vi dirò, chi sono, che faccio, cosa mi piace e cosa non, dove sto andando e dove voglio andare.
Comunque non preoccupatevi, non lascerò voi, non lascerò quello che ho dato, quel piccolo orto costruito tra noi, che continuerò ad annaffiare, concimare e potare e ammirare estatica.
Beh, le figlie le ho cacciate dal nido e ancora mi fissano incredule di tanta spietatezza. Ma dovrebbero cominciare a farsene uno tutto loro? Devo considerarla barbarie questa mia sensibilità al rovescio? Questo taglio liscio alla corda invisibile che ci lega è forse atrocità? Già si attenua nei loro occhi il colore dell’infanzia ed il viso è cambiato nei tratti nelle proporzioni, i loro gesti, i loro passi gli appartengono, le identificano ma ancora non li accettano. Anche se dichiarano di loro più di quello che ancora sanno. E insomma adesso io che c’entro? Cosa devo spiegare loro, che stanno crescendo e che non è facile? O che io ci sarò sempre e comunque?
Smettiamo di dirci cose senza senso. Ora si va avanti.
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